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Terzo appuntamento per parlare di sviluppo sostenibile tra transizione ecologica, ambiente e partecipazione cittadina.

A cura di Francesco Mirra e Cosimo Parisi del PCI Eboli – Sez. M. Garuglieri 

“Le serre: il veleno bianco della Piana del Sele? ” – Disamina e proposte del PCI

(dal corriere ortofrutticolo)

Vista dall’alto, la Piana del Sele appare come un mare bianchissimo. Niente più terra o campi coltivati, ma distese immense di teloni di plastica. È la plastica della fattoria globale, quella che vuole l’esportazione di rucola fino a Capo Nord e oltre. Si tratta, tra l’altro, di coltivazioni che poco hanno a che fare con la vocazione agricola della Piana.

La Piana è ormai diventata il secondo territorio europeo per densità di impianti serricoli dopo El Ejido, in Spagna.

La provincia di Salerno è coperta per 25 km quadrati del suo territorio da serre, concentrate quasi esclusivamente nella Piana del Sele. È il peso che questa terra deve sopportare per potersi inserire in un discorso sadicamente concorrenziale e all’appannaggio di pochissimi latifondisti dei giorni nostri.

I dodici bacini imbriferi in cui, secondo il piano idrico del Consorzio Destra Sele, le serre possono sorgere ricoprono praticamente la totalità della Piana. Al di fuori di questo perimetro non è vietato costruire le serre.

Oltre a trattenere in percentuale di più i prodotti fitosanitari, le serre hanno un impatto devastante sull’assetto idrogeologico della Piana e le città più esposte a questo rischio sono Battipaglia, Pontecagnano ed Eboli.

I canali consortili sono assolutamente insufficienti a trattenere le acque di scolo provenienti dalle serre, che spesso non presentano vasche di laminazione nonostante le obbligazioni legislative.

(Italianfruit news?

Il livello di nitrati presente nell’acqua ha ormai raggiunto livelli spettacolari. Secondo le analisi del geologo Antonio Pagnotto, l’85% dell’acqua in territorio ebolitano contiene nitrati.

Abbiamo avuto una triste prova della presenza di questi nitrati a causa degli scarichi dei canali di scolo nel fiume Sele che si è riempito di lenticchie d’acqua a causa dell’eutrofizzazione.

Inoltre, fenomeni che dovrebbero essere in teoria eccezionali come l’esondazione del Sele diventano sempre più frequenti. È il risultato della combinazione di una pluviometria, come risulta dalle analisi, sempre più concentrata in alcuni periodi dell’anno e di un’agricoltura sempre più intensiva e incurante dei bisogni del territorio.

Nascondersi dietro appellazioni risonanti come l’IGP non giustifica minimamente lo stupro del nostro territorio. I profitti di questa violenza vanno ai pochi che, spesso venendo da lontano, vedono la Piana solo come uno spazio su cui guadagnare e non un territorio pieno di vita e bisognoso di alternative.

La questione delle serre nasconde, tra l’altro, anche il problema sociale dei migranti che vengono miseramente sfruttati in questi campi. La problematica concerne ugualmente gli italiani che lavorano in condizioni difficili sotto le serre.

La soluzione va allora trovata nelle vocazioni tradizionali del nostro territorio, a combinare con le nuove tecnologie.

Bisogna avere il coraggio di ritrovare le proprie radici e riaffermarle come la via da seguire. Certo, non si può immaginare di eliminare tutte le serre da un giorno all’altro e forse non si tratta nemmeno della migliore soluzione.

Quello che è certo è che il fenomeno deve essere molto più regolamentato, individuando delle aree specifiche (lontane dai centri abitati) e più ristrette dove queste possono sorgere, senza alcun rischio per l’equilibrio territoriale. Bisogna quindi favorire la conversione degli impianti in campi aperti.

Oltre alle semplici parole, il feudatario del Consorzio Destra Sele dovrebbe impegnarsi davvero a promuovere delle soluzioni concrete. Il primo passo sarebbe, per esempio, quello di rinforzare i fragili canali consortili, una bomba ad orologeria per l’agricoltura della Piana.