Sembra ormai una regola, molto diffusa il separarsi dopo pochi mesi, o al massimo, dopo qualche anno di vita coniugale, ed è sceltadi un numero sempre crescente di coppie, specialmente se di ultima generazione che non esitano più, come accadeva un tempo, a rivolgersi subito al giudice per sancire anche legalmente la fine di un rapporto divenuto, a loro dire, vuoto ed opprimente.

A ricorrere alla separazione ed a chiudere a mo’ di parentesi una sempre più breve esperienza matrimoniale, sono sposi di ogni condizione sociale e di  ogni livello culturale che indipendentemente  dal luogo e da qualsiasi motivazione che non sia quella dell’incostanza, sono spinti a compiere “il grande passo della vita” magari da sentimenti, attese ed esigenze uguali, quanto meno affini, indi si separano per motivi anch’essi e tutto sommato identici.

Nonostante le difficoltà e gli ostacoli oggettivi che puntualmente s’incontrano e dovrebbero sollecitarli a riflettere meglio e più a lungo, affrontano il matrimonio quasi come un’esperienza obbligata e necessaria nell’ambito di una vita vissuta con troppa impazienza, sempre alla ricerca di nuove esperienze. Donde, subito o dopo ben presto, la predisposizione a chiudere “la partita matrimonio” appena si debbano fare i conti con le prime difficoltà del vivere insieme.

E sono sempre più numerosi i giovani che adesso arrivano al fatidico “giorno del sì” con ben poche cose da vivere ancora ed appena il rapporto coniugale presenta le prime difficoltà cui non fa riscontro quella necessaria maturità che solo gli anni e l’esperienza saggia di vita aiutano a formare ed a consolidare, eccoci smarrirsi non appena termina l’idillio dei primi mesi. Sono infatti mal disposti a trascorrere la vita in due, non sopportano il tram tram quotidiano, la cura della propria casa, i problemi economici e lavorativi da fronteggiare, il seguire l’eventuale prole che il più delle volte arriva con netto anticipo, né tollerano la monotonia dei giorni trascorsi tra le pareti domestiche che se manca un minimo di entusiasmo di coppia, sembrano soffocarli a mo’ di prigione, con tanto di palla al piede!

Si giunge così inevitabilmente alla separazione, per altro quasi indolore, senza eccessive crisi di sconforto, come se nulla fosse successo; talvolta addirittura al sospiro di sollievo per un “incubo” scongiurato.

In definitiva, i matrimoni falliscono in percentuale decisamente superiore al passato sia per l’eccessiva facilità con cui si affrontano, sia perché le giovani coppie attualmente si sposano con alle spalle esperienze di ogni genere, compresa la facile e precoce convivenza con partners presi e lasciati facilmente, quasi con l’indifferenza di chi non intende sondare profondità di sentimenti stabili, preferendo di gran lunga effimere sensazioni. Alla faccia della tanto sbandierata difesa dell’istituto della famiglia!

In passato gli studenti iscritti per la prima volta all’università, dopo d’aver conseguito un diploma di scuola media superiore, erano sottoposti ad una speciale “iniziazione” che consisteva, generalmente, in una “festa della matricola” celebrata a suon di sberleffi, caricature, scherzi più o meno pesanti, a cui il neo-universitario doveva, volente o nolente, sottostare per meritarsi il “diritto all’ingresso”.

Il documento a sigilli di tale investitura era, normalmente, il classico papiello o papiro, una pergamena scritta in lingua maccheronica, un misto tra italiano e latino, contenente vituperi di ogni genere, allusioni piccanti, commenti feroci sulla personalità e le possibilità dello studente “festeggiato”, insieme a norme, leggi e notizie scherzose sulla carriera che lo attendeva.

Quella del papiro era un’abitudine che apparteneva ad antiche consuetudini universitarie; la goliardia, ovvero il modo di vita proprio dello studente avviato a conseguire una laurea, si esprimeva con atteggiamenti di vivace impudenza, come sfogo di una spensieratezza che in un certo qual modo, alleggeriva le difficoltà degli studi e consigliava di cogliere lo spirito del carpe diem.

Tale abitudine era in voga anche a Lecce fin quasi alla fine degli anni Sessanta, quando l’ateneo salentino era ancora di fresca isitutuzione e non aveva quindi raggiunto l’importanza che oggi gli si riconosce. A far scomparire quel tipo di goliardia, qui come altrove, contribuì il movimento di contestazione studentesco che determinò un netto mutamento sia della vita universitaria, in genere, sia del modo di essere degli studenti.

Per anni, quindi di papielli, papiri e goliardia sorridente nessuno ne parlò più. Ultimamente, però, forse sull’onda della riscoperta di alcuni valori, alcune abitudini e forme di vita del passato, in molte università italiane sembra sia di ritorno un clima goliardico vecchia maniera, contraddistinto dal disimpegno politico, dalla ripresa di scherzi irriguardosi alle autorità accademiche ed alle matricole, da canzonatura dell’opinione pubblica, un desiderio di evasione che finisce per contagiare l’intero ambiente delle città sedi universitarie. E così, cortei, carri allegorici, manifesti, balletti, feste della matricola e giornaletti fanno qua e là capolino, a riprova di una ancora timida inversione di tendenze nelle scelte, nei sentimenti, negli atteggiamenti delle nuove generazioni di studenti universitari.

In realtà, le valutazioni di un simile fenomeno risultano diverse ed addirittura contrastanti, a seconda del modo di analizzare i fatti presi in considerazione.  Secondo una interpretazione, il trasformare l’ambiente universitario esclusivamente in occasione e luogo di proselitismo ed azione politica aveva contribuito a snaturare non poco un modo di vita dei giovani che pur non potendo disinteressarsi completamente dei problemi tipici della società, non dovevano rinunciare ad essere sé stessi e cioè, allegri, sereni e spontanei. Di contro, il ritorno alla goliardia sorridente rischia di capovolgere radicalmente quanto accaduto nel lungo intervallo, quasi quarantennale e nel contempo di contribuire ad accentuare ancora più il distacco già in atto delle nuove generazioni dalla politica e dalle tematiche d’interesse sociale.

E’ pur vero che una ventata di allegra evasione, d’irriverenza gioiosa, individualismo irrispettoso non farebbe davvero male ad una società che sembra aver smarrito il senso dell’umorismo e del sorriso sano; purchè logicamente, non si perda di vista quel substrato di serietà ed apporto costruttivo che sono requisiti e finalità di chi, addottorandosi, farà parte della classe dirigente del domani.

Quando dicesi vivere con la leggerezza dell’essere, responsabilmente!

Mariagrazia Toscano