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di Vittorio Campagna

Il poeta, lasciato l’atrio con il porticato, prima descritto, riprende la sua illustrazione circa la reggia imperiale palermitana, partendo da un settore che occupa sei sale, di cui cinque affrescate con temi biblici veterotestamentari; mentre, nella sesta sala è esaltata la figura di Federico Barbarossa.

 

Seguendo la Particola L: <<Domus imperialis palacii>> (L’interno del palazzo imperiale”), gli affreschi  e le miniature presentano codesta sequenza:

 

La prima sala: <<Prima creatoris regia scribit opus>> (“La prima descrive l’opera del Creatore”) (v.1574), è affrescata con la creazione del mondo” (Gen.1,1-31). Il poeta, nella sua logica narrativa, deifica Enrico VI; l’imperatore, in questo caso, è chi da vita a una <<Nuova Creazione>>.

 

La seconda: <<Altera fatiferum cataclismi pingit abyssum>> (“La seconda mostra l’abisso fatale del diluvio”) (v.1577), è affrescato il diluvio universale, indicato dall’arca di Noè (Gen.6,13-7,24); il quale, secondo la visione del poeta, starebbe a significare la distruzione di tutto ciò che è male, rappresentato dalla fazione dei tancredini, causa della  guerra civile siciliana, di corruzione, di immoralità e di tutto ciò che è turpe, come il mondo prima che venisse distrutto al tempo di Noè.

 

La terza: <<Tercia fert Habrahe credulitas iter>> (“Racconta il cammino di Abramo verso la fede“) (v.1578); il racconto culmina con la visita dei tre angeli che gli preannunziano la nascita del figlio della promessa, Isacco (Gen.18, 1-5; Eb.13,2). È un paragone assai pregevole che non poteva sfuggire a un chierico un particolare di tale portata. Secondo il pensiero del poeta, infatti, la scena rappresenterebbe l’annuncio a Enrico (Abramo) della nascita del tanto atteso figlio Federico (Isacco); infatti, Costanza, come Sara (sterile) che ebbe Isacco a circa ottant’anni, ha generato Federico II in tarda età (a quarantaquattro anni). È come se avesse voluto mettere in risalto l’intervento divino nella nascita di Federico, del miracoloso, proprio come fu nel caso di Isacco.

 

La quarta: <<Quarta Faraonem  submergens nudat Egyptum>> (“La quarta col faraone sommerso mostra l’Egitto spopolato”) (v.1579). Il versetto non è di facile interpretazione, ma possiamo avvicinarci all’intento del poeta: Mosè, nella Bibbia, è il precursore del Messia che libera il popolo ebraico dalla schiavitù (Es.14,15-31), mentre Gesù libererà l’umanità dal peccato; così, Enrico VI, atteso da tutti come un messia, ha liberato il regno di Sicilia dalle angherie dei filo-normanni.

 

La quinta.<<Quinta domus David tempora regis habet>> (“La quinta sala rievoca i tempi del re Davide”) (v.1580). La miniatura si presterebbe alla seguente interpretazione: Davide, dal punto di vista biblico è considerato il padre del Re messianico, Gesù; Davide è stato scelto direttamente da Dio per il Suo programma teleologico-escatologico e che lui avrebbe visto da lontano, per fede, la realizzazione dell’era messianica (Eb.11, 32-33). Federico I incarnerebbe Davide e il suo regno eterno attraverso la sua discendenza (Enrico VI). Un anticipo dell’escatologico regno di Dio.

 

La sesta detta il tema centrale della miniatura <<Fredericum divo diingit amictu, cesarea septum prole senile latus>> (“Ritrae Federico in abiti regali, circondato ai lati, egli vecchio, dalla cesarea prole”) (vv.1581ss). È Barbarossa che rappresenterebbe Davide; uno dei due figli è Enrico; pertanto, la scena indicherebbe il passaggio di consegna imperiale da Federico (Davide) a Enrico (Gesù).

 

Il poeta, poi, passa a ricordare il Barbarossa mentre si fa strada col suo esercito tra una fitta selva in Ungheria (v.1587), facendo abbattere alberi, come fece Cesare presso Marsiglia (Lucano: Farsalia Pharsalia, IIII, v.426 e ss). Infine, è ricordato il tradimento dell’imperatore bizantino, Isacco (v.1591) e la morte del Barbarossa nel fiume Tarso (vv.1601-1604).

 

N.B. La traduzione dal latino del prof. Carlo Manzione, è offerta per gentile concessione dell’ Ass. ne Culturale “Ebolus dulce solum, Storia e Arte al servizio della Cultura“; mentre, l’articolo è tratto dal libro dell’autore, Vittorio Campagna: <<Pietro da Eboli, Vate latino della letteratura italiana>>, de “L’Aurore edizioni”, Torchiara 2018.