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di Vittorio Campagna

Ci stiamo avviando verso l’epilogo dell’opera petriana. La Particola LI: <<De septem artibus liberalibus>> (“Le sette arti liberali”) è la terzultima delle cinquantatré particole, ed è una delle più significative  perché esprime la base culturale imperiale e medievale dello scibile del sapere antico.
 
La particola descrive le sette arti “liberali” o “materie didattiche”, che si studiavano sin dall’antichità (Trivio e Quadrivio); ma grazie a Cassiodoro divengono il programma standard nel medioevo e nella tradizione della “Scolastica”, in particolare; la quale considerava le arti liberali essenziali nello studio della filosofia.
Esse sono:
<<Prima loqui recte docet>>, (“La prima insegna l’ELOQUENZA”) (v.1611); o l’arte del bel parlare, o grammatica, che insegna a parlare;
<<Altera iurgia lingue>> (“La seconda la DIALETTICA”) (v.1611), o l’arte del ragionare o della logica, educa a sviluppare il ragionamento;
<<Tercia conditos reddit in ore sonos>>, (“La terza ammaestra nell’uso della parola ornata”), o la RETORICA (v.1612);
<<Quarta, quid astra velint, cum visa coire retrorsum (“La quarta che cosa dicano gli astri, quando si uniscono a ritroso”) (v.1613), o l’ASTROLOGIA.
<<Quinta docet  numerum pro ratione legi>> (“La quinta insegna a leggere secondo ragione i numeri”), o l’ARITMETICA (v.1614);
<<Sexta, gradus in voce suos docet impare cantu>> (“La sesta  modula nella voce i suoni diversi”) (v.1615), o la MUSICA;
<<Septima metri posse magistrat humum>> (“La settima lo rende esperto nella GEOMETRIA”) (v.1616).
Le sette arti liberali sono state le fondamenta di tutti i letterati medievali che andavano per la maggiore; fra cui spicca Dante Alighieri, il Sommo poeta, guidato probabilmente dall’erudito Brunetto latini.
Il poeta, evocando la Grazia <<Suscipit in gremio virtutum gratia mater ore virum, iuvenem corpore, mente senem, querm virtus dilapsa polo sic possidet omnis,  singula quod virtus asserat esse suum>> (“La Grazia, madre delle virtù, lo accoglie in grembo, uomo nel parlare, giovane nel corpo, maturo nel senno, ogni virtù discesa dal cielo a tal punto lo possiede, che ciascuna di esse può affermare, che le appartiene”) (vv. 1617-1620) consegna l’imperatore Enrico VI alle virtù di cui sarà pieno.
È ancora un’invocazione alla Sapienza perché permetta a tutte le virtù di infondersi nel fanciullo Enrico, e formino ed educhino il futuro imperatore; poi aggiunge: <<Infra quem gremium Sapientia dulce recepit: Hec os ore docet, pectore pectus alit>> (“Che la Sapienza accolse nel suo dolce grembo: lei gli educhi la parola con la parola, la mente gli nutre con la mente”) (vv.1639-1640). Infatti, Enrico presentava una discreta cultura, degna di un imperatore.
N.B. La traduzione dal latino del prof. Carlo Manzione, è offerta per gentile concessione dell’ Ass. ne Culturale “Ebolus dulce solum, Storia e Arte al servizio della Cultura“; mentre, l’articolo è tratto dal libro dell’autore, Vittorio Campagna: <<Pietro da Eboli, Vate latino della letteratura italiana>>, de “L’Aurore edizioni”, Torchiara 2018.