Nota della Scuola di dialogo interreligioso e interculturale sulla proposta di legge di iniziativa parlamentare: “Modifica all’art. 71 del Codice del Terzo settore, di cui al decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, in materia di compatibilità urbanistica dell’uso delle sedi e dei locali impiegati dalle associazioni di promozione sociale per le loro attività” (AC n. 1018)
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Nota della Scuola di dialogo interreligioso e interculturale sulla proposta di legge di iniziativa parlamentare: “Modifica all’art. 71 del Codice del Terzo settore, di cui al decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, in materia di compatibilità urbanistica dell’uso delle sedi e dei locali impiegati dalle associazioni di promozione sociale per le loro attività” (AC n. 1018)

Nota della Scuola di dialogo interreligioso e interculturale sulla proposta di legge di iniziativa parlamentare: “Modifica all’art. 71 del Codice del Terzo settore, di cui al decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, in materia di compatibilità urbanistica dell’uso delle sedi e dei locali impiegati dalle associazioni di promozione sociale per le loro attività” (AC n. 1018)

 

L’Italia è un paese in cui la libertà religiosa (art. 19 Cost.) rappresenta, ancora, un argomento che divide anziché unire. Nonostante le enunciazioni contenute nei testi costituzionali e  internazionali, dai quali si desume l’importanza di tutelare questo importante diritto fondamentale della persona umana, periodicamente si registrano iniziative politiche finalizzate a restringerne l’esercizio pratico. È notizia recente del via libera della Camera dei Deputati alla proposta di legge di Fratelli d’Italia che intende modificare l’art. 71 del Codice del Terzo settore. Si tratta di una iniziativa che a parere della Scuola di dialogo interreligioso e interculturale va esattamente nella direzione contraria rispetto ai valori del pluralismo e della laicità. Il primo comma dell’articolo citato prevede che ogni ente del Terzo settore può svolgere nelle sue sedi le proprie attività, indipendentemente dalla destinazione urbanistica dei locali in questione. Questo significa che anche le attività di culto possono essere ricomprese tra quelle attraverso le quali questi enti perseguono i propri fini sociali. La proposta di legge, invece, intende modificare l’art. 71 specificando che le sue disposizioni “non si applicano alle associazioni di promozione sociale che svolgono, anche occasionalmente, attività di culto di confessioni religiose i cui rapporti con lo Stato non sono regolati sulla base di intese, ai sensi dell’art. 8, terzo comma, della Costituzione”. Se la proposta di legge verrà approvata, questo significa che alcune confessioni, come le comunità islamiche (ma non solo), non potranno utilizzare eventuali loro sedi di associazioni riconosciute (per esempio come APS, Associazioni di Promozione Sociale) per svolgere attività di natura cultuale.

 

“La proposta – dichiara Gianfranco Macrì, professore di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Salerno e  Vice Presidente della Scuola di Dialogo – infrange palesemente l’art. 19 Cost. che ricomprende, come rimarcato dalla Corte costituzionale, “anche” il diritto di disporre di spazi dove pregare – che non significa per forza avere una moschea (con annesso minareto) o un tempio pronti all’uso – a prescindere dall’intesa. La condizione in cui versano alcune comunità religiose in Italia è tale che per poter pregare sono costrette  a farlo in luoghi non sempre adeguati.”

 

Questo può rappresentare – continua la nota – un rischio (per i diretti interessati e per il contesto) la cui soluzione, però, non passa di certo attraverso la compressione o l’esclusione di un diritto. Un buon governo del territorio necessita di una governance dei diritti civili e sociali capace di intercettare tutte le domande di libertà e di tradurle in pratica; utilizzare una norma del Codice del Terzo settore per aggredire l’esercizio di un diritto fondamentale significa concepire un’idea di spazio pubblico all’interno del quale alcune confessioni religiose “non sono” egualmente libere davanti alla legge (art. 8, co. 1 Cost.).

 

La Scuola di dialogo interreligioso e interculturale esprime preoccupazione per una iniziativa che reputa propagandistica oltre che incostituzionale e i cui effetti pratici non sono di alcuna utilità per uno Stato che si professa laico, democratico e pluralista.

 

 

Eboli, 15/05/2024

 

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