Jacques Prévert (Neuilly-sur-Seine, 4 febbraio 1900 – Omonville – la – Petite, 11 aprile 1977) è stato un poeta e sceneggiatore francese.

La poesia di Prévert è una poesia scritta per essere detta e quindi più parlata che scritta, fatta per entrare a far parte della nostra vita. Ciò che esce con prepotenza è il concetto di amore come unica salvezza del mondo, un amore implorato, sofferto e tradito, ma alla fine sempre ricercato. Una gioia che coincide con la nascita e la vita ed a sua volta con la primavera le grand bal du printemps ed anche con la figura del bambino, la sua semplicità e gioia che si ribella alle istituzioni, come la scuola, quel posto dove “si entra piangendo e si esce ridendo”. Come già detto il ribellarsi alle istituzioni e la voglia estrema di libertà si ritrova pienamente nell’immagine dell’uccello, più volte presente nella sua poesia. L’amore non si può incatenare o forzare, è quanto di più spontaneo esista al mondo, chiunque provi ad istituzionalizzarlo oppure a sottometterlo finisce inevitabilmente per perderlo, anzi quando si prova l’amore, quello vero non vi è neanche il desiderio d’incatenarlo, è spontaneo e libero, come quello de “I ragazzi che si amano”. Il germe della gioia c’è sempre ed il male, per quanto possa aver preso il sopravvento in tutte le sue forme, la guerra la prima, non riesce ad essere totalizzante, secondo il poeta.

Quando apparve l’opera di Prévert in Francia si pensò che fosse nato il poeta che avrebbe risollevato le sorti della poesia francese moderna. Una poesia, quella sua venuta alla luce sotto l’influenza del surrealismo e via via, durante il corso degli anni, modificatasi con continue accensioni di non facili qualità. Egli passa nella sua poesia dal gioco attento dell’intelligenza al controllo della sensibilità, dall’uso scanzonato dell’ironia ad una semplicità di espressione che a volte, ad un lettore superficiale, può sembrare sfiorare la banalità. Partecipa in modo sentimentale ai climi poetici affrontati ma anche con rigorosa obbedienza ad un simbolismo di alta scuola francese, sempre alla ricerca di un ritmo che non si discosta mai dal linguaggio comune. La poesia prevertiana è di una facilità pericolosa perché ricca di ritmi interni, giochi di parole e diverse situazioni psicologiche che sono lo specchio di questo grande poeta francese.

Quando nel 1946 apparve la sua opera più famosa, Paroles, tutti rimasero favorevolmente colpiti e non solo da parte della letteratura engagé che già conosceva la poesia di Prévert per averla letta in diverse occasioni, fin dal 1930, sulle pagine delle riviste letterarie, ma anche da parte di coloro che glorificando soltanto la sua esperienza complementare, come quella del cinematografo, lo ritenevano non altro che un autore di versi per canzonette in voga. Le parole alle quali si affida sono audaci e l’accostamento che crea tra di esse può sembrare a volte brutale o polemico o blasfemo, ma invece è molto più saggio di quanto possa sembrare.

Probabilmente essa è una delle raccolte di poesie più famose del Novecento, un successo editoriale notevole fin dalla sua prima pubblicazione avvenuta nel 1946, quando il mondo intero voleva cancellare dai propri occhi gli orrori della Seconda Guerra mondiale ed i giovani francesi compresero subito che i suoi versi rappresentavano la miglior cura per gli animi feriti, ieri come oggi.

Anche i classici “inventaire” non sono banali ma costruiti su ritmi e sospensioni, su ragionamenti profondi che pur alternando gli elementi più disparati, vengono fissati da una forte partecipazione ed osservazione acuta del mondo che lo circonda.

La sua poesia parte sempre da un motivo polemico e da una continua lotta al più deleterio conformismo, facendo nascere spesso una satira violenta particolarmente nelle poesie più impegnate dove non c’è posto per il sentimentalismo. Le parole che nascono spontanee dal suo umore, esprimono, a seconda delle occasioni, la forza del rimpianto, della violenza, dell’ironia, della tenerezza, della vendetta e dell’amore e non sono altro che quelle alle quali l’uomo comune dedica la propria vita.

Le sue “histories” sono sempre formulate attraverso un ben preciso gioco di parole che possono sembrare a volte strane, banali e coltissime, oppure tramite un’imprevedibile improvvisazione che sfocia nell’humor. Ma, anche nel divertissement, il poeta ha la sua polemica da far valere a volte anche a scapito del risultato poetico, vizio tipico di quei poeti francesi rivoluzionari che non accettano compromessi letterari per difendere le loro idee, come il clochard non accetta compromessi nella sua stessa professione.

Egli può considerarsi un anarchico che sconfina con le sue parole nel regno della bestemmia e dell’ingiuria, ma la sua non è altro che la voce del cittadino che protesta. I temi sono dunque quelli comuni come la collera istintiva contro chi comanda e fa le leggi, i finti moralisti, chi ama e vuole le guerre, chi giudica.

I personaggi delle sue poesie sono quelli incontrati a Rue de Seine ed a Lehan de Catzi, sulle panchine delle Tuileries, nei bistrò, nelle squallide pensioni di Clichy, sul lungosenna, là dove sono di casa l’amore e la miseria, ma non sono mai personaggi anonimi perché ognuno ha il suo problema da risolvere entro la sera, la sua risata contro chi comanda, un figlio da piangere, un amore da ritrovare, un ricordo ed una speranza.

Le poesie di Prèvert o meglio le sue “tranches de vie” si offrono facilmente ad una particolare interpretazione musicale perché non si allontanano molto dallo schema delle chanson tipicamente francesi senza far sì che questo ne diminuisca il valore soprattutto se si pensa che nei tabarins e nelle strade di Parigi hanno raccolto consensi Le Dormeur du Val di Arthur Rimbaud, Le pont Mirabeau e Les saltimbanques di Guillaume Apollinaire, Si tu t’images di Queneau.

Parigi di notte

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte

Il primo per vederti tutto il viso

Il secondo per vederti gli occhi

L’ultimo per vedere la tua bocca

E tutto il buio per ricordarmi queste cose

Mentre ti stringo tra le braccia.

Il Maestro ci ha donato poesie da leggere a voce alta, la quale impreziosisce di significati profondi opere quali, tra le più famose, “I ragazzi che si amano”, compiendo un gesto eversivo che si veste di provocazione verso il mondo, o “Questo amore”, un’ode da gridare come un’invocazione.

I ragazzi che si amano

I ragazzi che si amano si baciano in piedi

Contro le porte della notte

E i passanti che passano li segnano a dito

Ma i ragazzi che si amano

Non ci sono per nessuno

Ed è soltanto la loro ombra

Che trema nel buio

Suscitando la rabbia dei passanti

La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini

La loro invidia

I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno

Loro sono altrove ben più lontano della notte

Ben più alto del sole

Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

“Per te amore mio” è un elogio alla libertà ed “il Mazzo di fiori” ci ricorda come l’attesa del vincitore faccia appassire la corona di fiori, insieme alla donna che conserva inutilmente il prezioso dono aspettando il momento ideale.

Amore, ironia, lotta sociale e pacifismo sono alcuni dei temi trattati dal poeta francese che sa alternare sensualità ed anarchismo, musicalità ed ironia, sentimenti nobili e gente della strada, con una tale maestria che non può assolutamente lasciare indifferenti. I protagonisti delle sue poesie intrise di romanticismo sono eterni nei loro intensi sentimenti e corpi pieni di vita, così umani da lasciare interdetti mentre camminano sotto la pioggia grondanti di gioia.

“Poesia, è uno dei nomignoli più belli che diamo alla vita”. Jacques Prèvert

Mariagrazia Toscano