La pandemia ha rimesso al centro il tema della salute, collettiva e individuale, come bene comune. Non esistono politiche sanitarie di austerity.

Ciclicamente, ormai, la questione dell’Ospedale Maria SS Addolorata, quindi della sanità e della salute, si abbatte sugli addetti ai lavori, medici e infermieri, e sui cittadini.

Si ritorna a parlare di argomenti triti e ritriti: chiusura di reparti, accorpamenti di reparti, carenza di personale, strutture inadeguate, ecc.

Torna prepotentemente alla ribalta l’Ospedale Unico della Piana del Sele.

Se ne parla da anni e, aggiungiamo noi, se continuerà a parlare ancora per anni.

Se fosse veramente la soluzione perché si continuano a spendere soldi per modificare, rendere più fruibili, più attrezzati gli ospedali che già insistono nella Piana del Sele?

Perché non è la soluzione e perché non c’è la volontà. Intanto, le questioni restano sempre appese e sono sempre le stesse.

L’Ospedale Maria SS Addolorata deve essere delocalizzato nell’area ospedaliera. I 30 milioni di euro, tra sale operatorie e nuova palazzina, avrebbero dovuti essere spesi per delocalizzare l’ospedale, iniziando dal pronto soccorso.

La politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare il problema cambiando la prospettiva.

L’Ospedale Unico della Piana del Sele esiste già, ed è dato dalle strutture decentrate che già esistono: Eboli, Battipaglia, Oliveto Citra, Roccadaspide e, anche Agropoli. Non un’unica struttura fisica ma un’unica struttura funzionale, con una copertura vastissima di territorio e di utenti. 

L’Ospedale Unico della Piana del Sele dovrebbe di fatto coincidere con una nuova ASL denominata Piana del Sele, la cui struttura organizzativa, dal punto di vista medico, economico e tecnico-amministrativo, dovrebbe riflettere le migliori scelte territoriali possibili.

Sappiamo che non sarà semplice ma, se l’intero territorio, evitando campanilismi e visioni periferiche molto limitate,  fa rete, come si dice oggi, i risultati non tarderanno ad arrivare.