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Il GPS del cervello: come l’età mette alla prova la memoria spaziale.
Dove ho lasciato le chiavi? Dove ho parcheggiato l’auto? Dove si trova quel caffè che mi piace tanto? Sono domande semplici, eppure fondamentali, perché il “dove” è parte integrante della nostra memoria quotidiana. La memoria spaziale – la capacità di creare mappe mentali degli ambienti e di orientarsi in essi – è anche una delle prime abilità cognitive a mostrare segni di declino con l’avanzare dell’età. Non a caso, difficoltà precoci nel ricordare luoghi e percorsi possono diventare un campanello d’allarme della demenza.
Un nuovo studio della Stanford Medicine ha fatto luce su ciò che accade nel cervello durante questo processo. Al centro della ricerca ci sono le cellule griglia della corteccia entorinale mediale, spesso descritte come il “sistema GPS del cervello”. Queste cellule funzionano come una rete di coordinate interne, capaci di costruire mappe mentali dello spazio che ci circonda.
I ricercatori hanno osservato tre gruppi di topi – giovani, di mezza età e anziani – mentre si orientavano in ambienti virtuali alla ricerca di ricompense. Nei topi più vecchi, le cellule griglia risultavano instabili e imprecise, rendendo difficile distinguere tra contesti simili. In altre parole, se un giovane topo ricordava con chiarezza dove trovare la ricompensa in due percorsi differenti, un topo anziano tendeva a confondersi, correndo senza meta o fermandosi a caso, come accade a una persona che non riesce più a ricordare in quale parcheggio ha lasciato l’auto.
Tuttavia la ricerca ha mostrato anche una sorprendente variabilità: alcuni topi anziani, soprannominati “super-agers”, hanno mantenuto mappe spaziali nitide e capacità di orientamento paragonabili a quelle degli individui più giovani. Analizzando i loro cervelli, gli scienziati hanno identificato 61 geni associati alla stabilità o al declino della memoria spaziale, suggerendo che fattori genetici e molecolari possano rendere alcune persone più resilienti al passare del tempo.
Lo studio non solo conferma che il declino della memoria spaziale non è un destino inevitabile, ma apre la strada a nuove possibilità di prevenzione. Capire perché alcuni individui conservino un “GPS cerebrale” efficiente anche in tarda età potrebbe essere la chiave per sviluppare terapie mirate e strategie di protezione contro la perdita di memoria. Orientarsi nello spazio significa muoversi anche nella vita quotidiana. Conservare il nostro “senso del dove” è in un certo senso, mantenere un tassello fondamentale della nostra identità.
Di Chiara Vergani

Scritto da: Marco Naponiello
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