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Venezuela: 26 anni di paura, silenzio e resistenza
Il racconto di una giornalista costretta nascondersi per descrivere la realtà di un Paese sequestrato dal potere
Traduzione in italiano
Mi chiedono di descrivere ciò che si sta vivendo in Venezuela, ma per capirlo davvero bisognerebbe spiegare quanto è accaduto in 26 anni, e non è un compito semplice.
Sono stati 26 anni passati a vedere e a sentire come ognuna delle istituzioni democratiche del Paese sia stata trasformata in un braccio esecutivo delle decisioni di un governo divenuto un’organizzazione criminale, che non ha mai tutelato gli interessi dei venezuelani, ma solo i propri: arricchirsi senza limiti e restare al potere.
È assistere, senza poter protestare, al fatto che un Paese bellissimo per la sua gente e ricchissimo di risorse naturali – petrolio, oro, diamanti, coltan, tra le altre – abbia autorità a cui non importa che i venezuelani muoiano di fame con un salario minimo che non arriva nemmeno a 3 dollari al mese (senza contare i bonus). E dico senza poter protestare perché chiunque ci provi, nel migliore dei casi, finisce in prigione e viene torturato in centri di detenzione dai quali, per uscire, deve affidarsi all’aiuto di Dio. Ci sono venezuelani detenuti solo per aver criticato il governo su TikTok. Alcuni sono in carcere da 23 anni. Per non parlare delle vite di tanti giovani spezzate durante le manifestazioni da funzionari delle forze di sicurezza o dai cosiddetti colectivos.
I giornalisti, tra cui io stessa, sono stati perseguitati, aggrediti, alcuni persino arrestati, e ancora oggi 22 comunicatori e lavoratori della stampa sono dietro le sbarre. Attualmente non esistono media indipendenti: o sono stati chiusi, o censurati, o comprati dal governo. Il social network X, così come diversi canali televisivi internazionali come CNN, NTN24 e RCN, sono stati bloccati. Se il venezuelano non ha accesso a internet o non ha familiari all’estero che lo informino, semplicemente non saprà cosa accade nel proprio Paese.
Il terrore è tale che persino scrivere queste righe mi fa paura, perché solo pensare che qualche sgherro le legga e mi accusi di essere una traditrice della patria significa sapere che il mio destino sarebbe il carcere.
Ventisei anni trascorsi tentando tutte le vie democratiche possibili: organismi internazionali (OEA, ONU, Corte Penale Internazionale, Commissione dei Diritti Umani), dialoghi con mediatori, negoziazioni e, naturalmente, innumerevoli elezioni (la maggior parte truccate). Eppure nulla ha dato risultati. Coloro che avrebbero potuto aiutare si sono comportati come Ponzio Pilato, lavandosi semplicemente le mani, mentre milioni di venezuelani sono stati costretti ad abbandonare le proprie famiglie, le proprie case, la propria terra, in cerca di un futuro.
Per questo oggi, quando alcuni settori del mondo affermano che gli Stati Uniti vogliono appropriarsi del petrolio venezuelano, la stragrande maggioranza dei venezuelani si indigna davanti a tali accuse. È vero, a nessuno piace che un Paese straniero venga a bombardare la propria terra, ma per noi quella era l’unica via rimasta dopo che tutte le porte erano state chiuse una dopo l’altra.
Sembra che molti ignorino che il denaro generato dal petrolio in questi 26 anni sia finito nelle tasche di pochi e non del popolo. L’energia elettrica manca ogni giorno, l’acqua in diversi Stati arriva una o due volte al mese, gli stipendi sono miserabili, internet funziona a malapena. Quegli stessi settori hanno voltato lo sguardo altrove quando venivano denunciate continue violazioni dei diritti umani e il progressivo deterioramento di una nazione che ha costretto oltre 8 milioni di venezuelani a migrare. Ora invece si preoccupano non del destino dei venezuelani, ma di quello del petrolio. È triste pensare che per loro il petrolio valga più delle vite umane.
Inoltre, il petrolio venezuelano non ha mai beneficiato il popolo: altri sì, come Cuba, Russia e Cina. È facile parlare del Venezuela senza averci vissuto nemmeno un anno. Quante volte si è negata la presenza di militari cubani che comandavano quelli venezuelani, ma come ogni menzogna, anche questa è venuta alla luce. Durante l’assalto avvenuto nella notte del 3 gennaio scorso, sono morti 32 militari dell’isola caraibica, tutti di alto rango e parte della sicurezza di Nicolás Maduro.
Siamo ancora in attesa, c’è grande incertezza. Non sappiamo quando arriverà l’epilogo di questa tragedia, ma almeno gli Stati Uniti ci hanno dato una piccola luce in fondo al tunnel.
È vero che oggi nelle strade del Venezuela si vedono manifestazioni che chiedono il ritorno di Maduro e di sua moglie Cilia Flores a Caracas, ma sappiamo che chi vi partecipa non ha scelta: se non va, perde la casa, il cibo, il lavoro e la libertà.
La situazione è surreale: si chiede il ritorno di Maduro e Cilia, si insultano gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo si obbedisce agli ordini dell’“impero”. Nulla è certo. Alcuni ipotizzano un colpo di Stato interno, altri lo escludono e affermano che nessuna potenza straniera governerà il Paese. Tuttavia, finora sono state rispettate le indicazioni di Donald Trump, inclusa la consegna del petrolio e la liberazione dei prigionieri politici. Quest’ultima procede lentamente: ce ne sono 869 e, al momento in cui scrivo, solo 9 sono stati liberati. Le cause del ritardo sono oggetto di speculazioni. Bisognerà attendere.
Il venezuelano comune, quello che ha sofferto per 26 anni ogni tipo di privazione, compresa l’assenza di familiari e amici costretti a emigrare per mancanza di opportunità, attende ancora il cambiamento definitivo per scendere in strada a festeggiare. La paura, però, è ancora forte. Di questo si parla solo nell’intimità delle case. Ma quando accadrà – e speriamo sia presto – l’intero Venezuela si vestirà dei colori della bandiera e aprirà le porte a tutti coloro che sono stati costretti ad andarsene.
Non sono una simpatizzante di Donald Trump, ma riconosco che grazie alla sua decisione ogni giorno siamo più vicini a quel grande abbraccio.
Per questo condivido ciò che molti venezuelani ripetono: se non hai vissuto qui, è meglio non esprimere giudizi.

Scritto da: Marco Naponiello
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