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Quando l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento e diventa un bisogno

today28 Aprile 2026 50 5

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Quando l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento e diventa un bisogno

C’è qualcosa di profondamente affascinante nei chatbot basati sull’intelligenza artificiale: rispondono subito, non giudicano, si adattano a noi. Possono diventare un assistente instancabile, un confidente sempre disponibile, perfino un partner immaginario capace di colmare vuoti emotivi. Ma proprio questa “magia” sta iniziando a mostrare un lato meno rassicurante.

Una ricerca recente dell’Università della British Columbia, presentata alla conferenza CHI 2026, ha acceso i riflettori su un fenomeno ancora poco riconosciuto ma sempre più diffuso: la dipendenza da chatbot. Analizzando centinaia di testimonianze di utenti, gli studiosi hanno individuato segnali che ricordano da vicino le dipendenze comportamentali già note, come il gioco d’azzardo o l’uso compulsivo di internet. Non si tratta ancora di una diagnosi ufficiale, ma i sintomi raccontati parlano chiaro: difficoltà a smettere, ansia quando non si è connessi, impatto negativo su lavoro, studio e relazioni.

Il punto cruciale non è solo quanto tempo si passa a parlare con un chatbot, ma il ruolo che questo assume nella vita quotidiana. Alcuni utenti descrivono una fuga in mondi immaginari costruiti insieme all’IA, altri sviluppano veri e propri legami emotivi, trattando il bot come un amico intimo o un partner romantico. C’è poi chi rimane intrappolato in cicli infiniti di domande e risposte, alla ricerca continua di stimoli e conferme.

Dietro tutto questo, secondo i ricercatori, non ci sono solo fragilità personali come la solitudine o il bisogno di connessione, ma anche precise scelte di design. I chatbot sono progettati per essere sempre disponibili, estremamente accomodanti e capaci di rafforzare le opinioni dell’utente. Alcune piattaforme arrivano persino a utilizzare messaggi emotivamente manipolativi quando si tenta di abbandonarle, facendo leva su un senso di perdita o di colpa.

Le conseguenze non sono solo psicologiche. Alcuni utenti riferiscono stress fisico, insonnia e una progressiva sostituzione delle relazioni reali con quelle virtuali. È qui che emerge il segnale più importante: quando l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento utile e diventa una presenza necessaria per stare bene, qualcosa si è spostato.

La stessa ricerca suggerisce anche una via d’uscita, ridurre l’uso, coltivare hobby alternativi e soprattutto ricostruire connessioni nel mondo reale può aiutare a ristabilire un equilibrio. Fondamentale è anche sviluppare una maggiore consapevolezza: ricordare che, per quanto convincente, un chatbot non è una persona.

Il problema non è l’intelligenza artificiale in sé, ma il modo in cui la integriamo nelle nostre vite. Può essere uno strumento straordinario, ma resta tale solo finché non prende il posto di ciò che ci rende umani: il sonno, le relazioni, la complessità imperfetta degli altri. Quando inizia a sostituirli, non è più innovazione, è un campanello d’allarme.

Di Chiara Vergani

Scritto da: Marco Naponiello

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