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A cura di Marco Naponiello
Marco Naponiello: Chiara, partiamo dal titolo del tuo libro. Chi sono i “Kikomori d’Italia” e perché hai sentito l’urgenza di scrivere questo saggio?
Chiara Vergani: Il termine “hikikomori” indica quei ragazzi – ma non solo – che scelgono un isolamento sociale estremo, arrivando a chiudersi in casa per mesi o anni. Ho voluto usare “Kikomori d’Italia” per sottolineare che non si tratta più di un fenomeno lontano, legato esclusivamente al Giappone, ma di una realtà ormai radicata anche nel nostro Paese. L’urgenza nasce proprio da questo: dare voce a un disagio silenzioso che spesso non viene riconosciuto o viene sottovalutato.
Marco Naponiello: Nel tuo libro dai ampio spazio alle testimonianze. Quanto è stato importante raccogliere le voci dirette di ragazzi e genitori?
Chiara Vergani: È stato fondamentale. Le testimonianze rendono il fenomeno concreto, umano. Non parliamo più di numeri o statistiche, ma di storie reali, di famiglie che vivono quotidianamente una forma di dolore difficile da comprendere dall’esterno. Le madri, in particolare, raccontano un senso di impotenza e solitudine molto forte. I ragazzi, invece, spesso descrivono un mondo percepito come ostile, giudicante, da cui sentono il bisogno di proteggersi.
Marco Naponiello: Il tuo lavoro però non si limita al contesto italiano. Hai ampliato lo sguardo anche a livello internazionale.
Chiara Vergani: Sì, ho ritenuto importante inserire il fenomeno in una cornice globale. Ci sono studi, ricerche e monitoraggi in corso in diversi Paesi, perché l’isolamento sociale volontario è in crescita ovunque. Questo permette di comprendere meglio le cause, che non sono solo individuali, ma anche culturali, sociali e tecnologiche. Viviamo in un’epoca in cui le relazioni sono sempre più mediate e, paradossalmente, sempre più fragili.
Marco Naponiello: Dal punto di vista criminologico e pedagogico, quali sono secondo te i fattori di rischio principali?
Chiara Vergani: I fattori sono molteplici. Tra i principali troviamo il bullismo, le difficoltà scolastiche, le aspettative familiari e sociali troppo elevate, ma anche l’uso eccessivo del digitale come rifugio. Dal punto di vista pedagogico, spesso manca un’educazione emotiva adeguata. Dal punto di vista criminologico, è interessante osservare come l’isolamento possa diventare una forma estrema di difesa rispetto a un contesto percepito come minaccioso.
Marco Naponiello: Nel tuo saggio emergono anche tentativi di prevenzione. Cosa si sta facendo concretamente?
Chiara Vergani: Ci sono progetti di monitoraggio, sportelli di ascolto, interventi nelle scuole e percorsi terapeutici mirati. Tuttavia, siamo ancora in una fase iniziale. La prevenzione deve partire molto prima, attraverso la costruzione di relazioni sane, l’ascolto attivo e la capacità di intercettare i primi segnali di disagio. È un lavoro che coinvolge famiglie, scuola e istituzioni.
Marco Naponiello: C’è un messaggio che vorresti arrivasse ai lettori?
Chiara Vergani: Sì: non giudicare. Dietro ogni ragazzo che si chiude in una stanza c’è una storia complessa, non una scelta “capricciosa”. Serve comprensione, competenza e soprattutto presenza. E vorrei dire anche ai genitori che non sono soli: chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di responsabilità.
Marco Naponiello: Infine, cosa ti ha lasciato personalmente la scrittura di questo libro?
Chiara Vergani: Mi ha lasciato una maggiore consapevolezza della fragilità umana, ma anche della forza che può emergere quando qualcuno si sente finalmente ascoltato. Questo libro è nato proprio per questo: rompere il silenzio.
Hikikomori d’Italia. Vite sospese tra isolamento e società

Scritto da: Marco Naponiello
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