Eboli

Eboli e il dono delle occasioni perdute: quando la storia passa ma non lascia radici. Varenne ma non solo

today19 Agosto 2026 342 5

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Eboli e il dono delle occasioni perdute: quando la storia passa ma non lascia radici. Varenne ma non solo.

Ci sono città che la fortuna la devono inseguire per generazioni, inventandosi una vocazione dal nulla. E poi c’è Eboli. La nostra città, se guardiamo la storia con occhio critico, è stata accarezzata più volte dalla dea bendata. Ha avuto tra le mani occasioni d’oro, vetrine internazionali, simboli capaci di cambiarne il destino sociale, culturale ed economico. Eppure, la sensazione amara che ci portiamo dentro è sempre la stessa: di fronte al talento, alla fama e alla grande opportunità, Eboli sembra aver alzato le spalle, detto un cortese “grazie, ma non fa nulla”, e continuato a camminare. Pensiamo alla cultura: Carlo Levi ha consegnato la nostra città all’immortalità letteraria con una delle opere più grandi del Novecento italiano, da cui è stato tratto un film di risonanza mondiale. Cristo si è fermato a Eboli non era solo un titolo, era un faro puntato su di noi. Quella luce poteva diventare l’innesco per un distretto culturale permanente, un attrattore turistico di primo livello. È rimasta, invece, per lo più una citazione da spolverare nelle ricorrenze. E nello sport? Un giorno la storia del calcio mondiale ha deciso di fare tappa qui. Dirceu, un campione che aveva incantato i mondiali con la maglia del Brasile, ha indossato i colori dell’Ebolitana. Un evento surreale, capace di proiettare il nostro nome su tutti i media sportivi nazionali. Un passaggio cometa, vissuto con entusiasmo passeggero, ma che non si è trasformato in un progetto di rilancio per le strutture o per i giovani del nostro territorio. Non solo: Per anni Eboli è stata la casa del più grande cavallo del mondo: Varenne, il Re del Trotto. Nato a Copparo nel 1995, “Il Capitano” è diventato un’icona mondiale con un dominio incontrastato fatto di 62 vittorie su 73 corse e oltre 6 milioni di euro di premi. Proprio qui ad Eboli, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita fino alla sua recente scomparsa il 18 agosto, la nostra città è stata il punto nevralgico del suo allevamento, celebrata e messa al centro dell’attenzione da giornali e televisioni di tutta Italia per aver ospitato e festeggiato un vero e proprio mito vivente dell’ippica in una struttura creata su misura, un’eccellenza che faceva da capitale al settore. E che dire dell’oro bianco? Siamo nel cuore pulsante della produzione della mozzarella di bufala campana, un prodotto che muove economie milionarie nel mondo. Eppure, nessuna di queste ricchezze sembra aver mai davvero attecchito nel tessuto economico e sociale della città. È come se il successo, la bellezza e l’eccellenza qui da noi fossero percepiti quasi come un fastidio, un corpo estraneo da tollerare per un po’ e poi lasciar andare. Nessuno dei grandi eventi o dei grandi nomi ha generato un’eredità duratura, un’evoluzione sistemica. Ricorda un po’ la celebre maschera di Totò: ci incantiamo davanti al grande evento, ci godiamo il momento di gloria e poi, con un gesto di indifferenza, ci scrolliamo la polvere dalle scarpe e riprendiamo a camminare come se non fosse successo nulla. Senza cambiare passo, senza fare un salto di qualità. Eboli ha un potenziale enorme, ma per trasformarlo in ricchezza vera deve smettere di essere una semplice spettatrice delle proprie fortune. Le occasioni non bastano se non c’è la volontà di farle mettere radici. È tempo di chiederci cosa vogliamo essere: la città dove i grandi eventi passano soltanto, o il luogo capace di costruire il proprio futuro su ciò che di straordinario la storia le offre.

Giuseppe Sanfilippo

 

Scritto da: Marco Naponiello

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