RICONOSCIMENTO POSTUMO A GIANCARLO SIANI DALLA SUA TORRE ANNUNZIATA
Campania Società

RICONOSCIMENTO POSTUMO A GIANCARLO SIANI DALLA SUA TORRE ANNUNZIATA

 

Era il settembre del 1985,  il tempo delle memoria ove questo giovane cronista fu ucciso; egli guadagnava poche lire commentando i fatti e misfatti dell’hinterland napoletano quando venne trucidato nella sua Mehari:  un colpo al cuore fu per tutta l’Italia conoscere e riflettere, di nuovo, sulla violenza della criminalità organizzata che non si fa scrupolo di recidere una giovane vita.

Adesso senza entrare nelle specifiche delle indagini cronistiche fatte dal bravissimo Giancarlo, che pur consapevole dei rischi che correva non ha receduto di un passo verso il suo civico impegno, mi preme esprime una breve riflessione! Personalmente ricordo come  questa notizia mi sconvolse, avevo da poco iniziato l’ultimo anno del liceo classico e la figura di questo eroe moderno che moriva trafitto dal piombo del demone malavitoso, faceva il paio a tante figure della mitologia classica le quali con sprezzo affrontano il pericolo.

Qualche anno addietro nel momento in cui iniziai a scrivere, non lo dimenticherò mai e non dimenticherò invero il pathos interiore e sincero, che un sentito pensiero andò nei meandri della mente a ricercare questo episodio delittuoso, che oggi ricuce un vulnus nella coscienza civica di tanti campani.

Infatti questo riconoscimento postumo, tardivo quanto si vuole è comunque un riconoscimento che Giancarlo Siani merita, affinché il suo fulgido esempio, la sua effige sorridente, rimanga una costante vivida in tutti coloro che fanno questo mestiere.

ARTICOLO E FOTO TRATTI DA:

https://www.ilmattino.it/napoli/politica/giancarlo_siani_torre_annunziata_cittadinanza_onoraria-4922939.html

Giancarlo Siani cittadino onorario, Torre Annunziata ritrova il suo eroe civile

di Pietro Gargano

Questa mattina Torre Annunziata darà la cittadinanza onoraria a Giancarlo Siani. Sono passati trentaquattr’anni dall’uccisione del giovane cronista del Mattino, che di Torre aveva scoperto pure le vergogne. Il consiglio comunale ha approvato all’unanimità. Si volta davvero pagina? Giancarlo a Torre Annunziata voleva bene, continuò a raccontarla pure quando rientrò in redazione a Napoli. Allora Torre Annunziata non voleva bene a Giancarlo. Per un suicida senso di appartenenza, per un frainteso orgoglio, si sentiva ferita dagli articoli di quel cronista, forse ancora di più dal coinvolgimento nell’inchiesta sul delitto. Giancarlo aveva scritto: «Una città con circa 60.000 abitanti, un apparato produttivo in crisi, oltre 500 cassintegrati e la più alta percentuale di iscritti al collocamento; un ottimo terreno per reclutare disoccupati e trasformarli in killer».

All’epoca in cui condussi la nostra inchiesta, venni spesso a Torre per tentare di capire. Una volta con Luciano Violante presidente della Camera – che aveva definito il crimine terrorismo politico – andammo in un circolo affollato di professionisti. Facce ostili, nessuna commozione, neppure un’ombra di pentimento per non aver affrontato la verità dei fatti. Dicemmo concetti elementari, nel silenzio.

Qualcuno addirittura obiettò, «in nome dell’innocenza della città». Con Violante ci guardammo in faccia e partimmo con diagnosi assai severe dei problemi della città al tempo di Giancarlo, del tacere che equivaleva a omertà e quindi a fiancheggiamento dei criminali. Neppure un applauso di cortesia. Alla fine la polizia volle scortarci, ma non c’era bisogno. Tornai, da testimone interessato alla giustizia, il giorno dell’arresto della moglie di Gionta, Gemma. La notizia della cattura era arrivata in anticipo, la sapevamo noi, la sapevano tutti. Avevo in testa un brano di Giancarlo su quella donna: «Tra i soci delle due cooperative che lavorano al mercato del pesce, spicca un nome inquietante: Gemma Donnarumma, moglie di Valentino Gionta. È questo il modo pulito per intascare il ricavato delle attività del mercato». Ne aveva scritto ancora, a proposito di una boutique: «Con quali soldi la famiglia Gionta ha potuto ristrutturare il negozio ed assicurarsi la presenza di case di moda tra le più importanti d’Italia? Secondo gli investigatori, Gionta, con l’apertura del negozio, cercava di inserirsi in maniera diretta e massiccia nel commercio». Gemma Gionta fu prelevata nel Quadrilatero delle Carceri, in quel Palazzo Fienga in cui abitava in una casa di 250 metri quadrati, con un trono dorato vicino al camino. Capelli un po’ spettinati, di un biondo chimico, aveva indossato per l’occasione una maglietta nera su cui era scritto just married, appena sposati. Lanciò baci alla piccolo folla, con una certa dignità dovuta al proprio rango. Mi colpirono i campanelli lungo la strada, posti a una certa altezza davanti ai portoni, in modo da poter essere raggiunti solo da ragazzi in motorino. Questa era la città in cui nessuno sapeva, tranne Giancarlo.

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Il nostro amico, si sa oramai, fu ammazzato perché aveva dato nella essenzialità di poche righe due notizie in esclusiva. La prima: «La cattura di Gionta potrebbe essere il prezzo pagato dai Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di Nuova Famiglia, i Bardellino». Precisa conferma diede il pentito Ferdinando Cataldo: «È uscito questo famoso articolo dove il giornalista diceva che Bardellino e Carmine Alfieri avevano fatto una proposta ai Nuvoletta che facevano una tregua, una specie di patto mafioso, però volevano la testa di Gionta». In pratica il giornalista diceva che loro avevano venduto Valentino e che l’avevano fatto arrestare. Quindi loro si sono sentiti offesi, Lorenzo Nuvoletta ci spiegò il fatto e disse: «Questo è uno che ha sempre fatto questo. Con l’articolo ci ha buttato la calunnia addosso dicendo che noi siamo infami. Questo si deve ammazzare». La seconda notizia completa il quadro della prima. Sia i Nuvoletta sia i Gionta non erano più camorristi ma facevano diretto riferimento alla cosca mafiosa dei corleonesi di Totò Riina, a volte ospitati in latitanza nella tenuta di Marano. Era una novità cruciale, confermata dai rapporti riservati dei carabinieri solo alcuni mesi dopo. Quel movente in due parti è una medaglia alla bravura, e va amaramente a compensare la tessera di giornalista professionista che Siani non ebbe e il contratto che questo giornale non fece a tempo a dargli. Il contesto (per dirla alla Sciascia) in cui maturò il crimine resta avvolto in un velo nero. E forse quello scenario, almeno nella sua rilevanza penale, non sarà mai più ricostruito, pur se Migliorino, cassiere di Gionta, disse al magistrato D’Alterio: «Siani fu ucciso perché dava fastidio ai politici e ai mafiosi». La cittadinanza onoraria, in un nuovo periodo di violenza in quella città, è una conversione contrita? Chi lo sa. Forse qualcosa di più si potrà capire dalla marcia dei ragazzi guidati da un prete, che precederà la cerimonia. Dopo, verrà inaugurata la panchina della libertà di stampa, venuta dal nord. In merito a quella non c’è dubbio alcuno.