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“LILIANA”: “Una donna, un numero “75190”, una testimonianza”

today28 Gennaio 2026 41 1

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Nel 2005, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 27 gennaio Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto. In Italia, è stata istituita con la legge 211 del 2000 per ricordare la liberazione di Auschwitz, le vittime della Shoah e delle persecuzioni nazifasciste. Tuttavia, nonostante siano trascorsi ottantuno anni da quando le truppe dell’Armata Rossa entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, per liberare gli ebrei, questa pagina della storia dell’umanità resta e persiste nella mente di tutti coloro che ne sentono il peso.
Un peso che sembra non gravare più su alcune coscienze. Infatti, l’antisemitismo contemporaneo, sta diventando un elemento preoccupante non solo per gli studiosi, ma anche per le istituzioni.

Nell’ultimo periodo, in ogni parte del mondo, sta mutando e non è più un fattore isolato, ma un problema persistente che si manifesta in diverse forme, tra cui l’odio online, attacchi fisici e retoriche discriminatorie.
Un focolaio di violenza sembra sempre più alimentato anche dagli uomini al potere. Allora è da chiedersi se ricordare sia sufficiente per non nutrire questo odio intrinseco nel genere umano. Una domanda alla quale non possiamo dare risposta se non attraverso la testimonianza di una delle donne più coraggiose della nostra storia: la senatrice Liliana Segre. 

@AF-F

La sua famiglia di origine ebraica viveva a Milano da almeno due generazioni e quando il governo fascista emanò le famigerate leggi razziali, ne furono vittime. La giovane Liana aveva solo tredici anni.

A raccontare la sua storia, un anno fa, nel docufilm “Liliana”, presentato nella sezione Special Screenings alla 19 ª edizione della Festa del Cinema di Roma fu il regista Ruggero Gabbai. Un “contenitore”, di circa 85 minuti, per rispolverare la memoria sull’Olocausto e della storia della senatrice che fa ancora rumore. Una pellicola con un “accorpamento” di documentazioni e con interviste della stessa Liliana che spaziano dalla sua giovinezza a oggi. Ella, sul grande schermo, si “sbottona”, mostrando la sua sofferenza e soprattutto racconta come aveva tenuto in sé il dolore di tutto ciò che aveva visto; per circa quarant’anni non aveva voluto mostrarlo al mondo. Poi, come un bisogno “indispensabile”, si apre per “denunciare” i disperati momenti vissuti non solo da lei, ma dall’intera comunità ebraica residente in Italia. “Nessun delitto commesso; l’unica colpa, quella di essere nati ebrei…”, dice la Segre.
Una sopravvivenza conquistata a caro prezzo, con tanto dolore: “La separazione dal padre e la morte dei nonni, anziani e malati, fatti prigionieri. Dopo tanto orrore, i tedeschi scapparono, lasciando dietro di loro solo distruzione e morte“. Con un tono stridulo aggiunge: “Allontanarono i cani e buttarono le divise, si mescolarono tra di noi. In un istante tutto il loro potere su di noi scomparve…”. Ma “75190”, come per tutti gli ebrei, è un numero che è ancora presente sul suo braccio. Una sigla numerica che segna un confine che non dobbiamo dimenticare, soprattutto un antisemitismo che vaga nel labirinto del pensiero umano. È necessario non trascurarlo in tempi così difficili e oscuri che sta vivendo il mondo. Il regista crea una “mescolanza” di immagini che oscillano tra passato e presente e, essendo un cultore dei racconti e delle testimonianze di questo genere, lascia che sia lei a rappresentare i fatti: “Io ricordo”. Immancabilmente, la sua “testimonianza diretta” ha lasciato un senso di “partecipazione”; un film dinamico, con un montaggio ritmico che ondeggia tra una ripresa e un’immagine all’altra in sintonia con il tono e il linguaggio della Sopravvissuta. Il regista, attraverso un lavoro minuzioso fatto con cura raggiunge un obiettivo fondamentale: quello di trasmettere una “verità rumorosa”. Un compito delicato, per riuscire a entrare nei meandri di una “vittima” che cerca di ricordare i dettagli di una storia che solo, forse, oggi riesce a elaborare. Difatti, alla sua “tenera” età, nessuno la ferma; la si vede con lo sguardo di chi ha avuto paura e che oggi riesce, anche dopo una lunga depressione, a percepire quella sensazione di “pace e libertà”, tanto attesa. Una vita condizionata, ma allo stesso tempo incredibilmente unica per ciò che la Segre è riuscita a fare successivamente, nonostante il dolore indescrivibile per la perdita di suo padre fra quelle “mura” dei campi di concentramento. Sottolinea: “Non sono più tornata in quei luoghi dal giorno della liberazione e non credo che lo farò”. A testimoniare ciò che è “stata Liliana”, negli anni successivi, sono stati i figli e i nipoti, eredi di un peso che fa male ma che, al contempo, inevitabilmente, li coinvolge. Infatti, hanno conosciuto l’orrore vissuto dalla mamma e dalla nonna, nel giusto tempo, per poi rispettare il trauma di una “sopravvissuta” che si è messa al servizio della comunità. Federica, la figlia, la più riservata alle attività pubbliche a differenza dei fratelli, dice: “Avevo tredici anni quando mamma mi raccontò la sua storia; forse aveva scelto me perché avevo la sua stessa età quando fu catturata“.
A narrare sono anche le voci dei personaggi pubblici: Ferruccio De Bortoli, Mario Monti, Geppi Cucciari, Fabio Fazio, Enrico Mentana e i carabinieri della scorta. Sono diversi i punti di vista sui fatti che lasciano che la mente penetri nel “buco creato dalla morte di un genocidio di 6 milioni di ebrei”.
Un racconto per trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza che difendere la “libertà dell’individuo” è un dovere da non trascurare. Perché il razzismo, purtroppo, è un istinto non dormiente, tanto che Liliana, come tanti nel mondo di altre etnie, vive ancora i fantasmi razziali fatti di minacce e accuse.
La narratrice è un “archivio vivente” di quegli avvenimenti; la sua vita è una “testimonianza singolare” che, forse dopo Primo Levi, fa ancora strepito nella mente di coloro che a volte trascurano il valore della “libertà dell’individuo”, come i fanatici delle estreme destre o i potenti autoritari. Ma finché abbiamo dei memoriali, con un collage di racconti di persone che, con le loro “percezioni dei fatti”, tratteggiano un percorso di vita tra passato, presente e futuro, possiamo difendere la sovranità popolare e l’identità umana e collettiva.

Scritto da: Associazione Comunicare

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