Eboli

Parco Fusco, una ferita aperta da più di quarant’anni nel cuore di Eboli

today18 Giugno 2026 289 5

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Parco Fusco, una ferita aperta da più di quarant’anni nel cuore di Eboli.

Da oasi dei bambini e teatro dei grandi circhi a ricettacolo di rifiuti e scheletri di cemento: la parabola mai risolta di un’area da 22mila metri quadri. Ci sono storie urbane che smettono di essere semplici vicende amministrative per trasformarsi in vere e proprie ferite sociali. Tra queste, il caso del Parco Fusco rappresenta senza dubbio l’emblema più doloroso di una Eboli che cambia, lasciandosi alle spalle pezzi importanti della propria memoria collettiva. Un’area di ben 22.300 metri quadrati che, da quasi mezzo secolo, vive in un limbo di abbandono: trasformata da fulcro della socialità giovanile a simbolo monumentale di degrado urbanistico. Tanti articoli di giornale, proteste, dibattiti e promesse volate al vento; fiumi di parole che, alla prova dei fatti e delle leggi, non hanno mai trovato validità concreta. Così, puntuale come ogni estate, la questione torna alla ribalta, riaprendo una ferita profonda per i cittadini ebolitani, per i bambini e per le speranze di chi in quella zona verde vedeva un’occasione di accoglienza e svago. I residenti con qualche capello bianco ricordano ancora perfettamente quando quello spazio, incastonato tra il rione Paterno e il centro cittadino, era il cuore pulsante del divertimento locale. Era l’epoca d’oro dei tornei di calcio improvvisati tra quartieri, delle corse a perdifiato e dei grandi tendoni dei circhi che, periodicamente, accendevano le luci della fantasia per intere generazioni di scolaresche e famiglie. Erano gli anni in cui la città si espandeva rapidamente e quel parco rappresentava una boccata d’ossigeno fondamentale per la comunità. Più di quarant’anni fa, l’area fu inserita in un progetto imprenditoriale che appariva ambizioso e rigenerante: una moderna cittadella dotata di complessi residenziali all’avanguardia, ampie aree pedonali, nuovi assi viari e polmoni verdi attrezzati. Una promessa di rilancio che avrebbe dovuto proiettare il quartiere verso standard europei. Tuttavia, i sogni di gloria si sono presto scontrati con la dura realtà: procedure esecutive, montagne di debiti e complesse vicende fallimentari hanno bloccato i cantieri, lasciando sul campo soltanto scheletri di cemento armato mai completati e una vegetazione selvaggia che ha progressivamente inghiottito l’intera superficie. Oggi la situazione è al limite dell’emergenza sanitaria. Con l’arrivo della stagione calda, la quotidianità per chi vive nei paraggi si trasforma in un incubo. “Il rischio costante di incendi si somma a una vera e propria invasione di insetti, blatte, ratti e persino serpenti — dichiara esasperato un residente della zona — Siamo di fronte a un’emergenza ecologica insostenibile che minaccia la salute di tutti noi. Bisogna intervenire al più presto, rischiamo di trovarci questi parassiti dentro le nostre abitazioni”. Tra gli abitanti del quartiere, però, le reazioni oscillano tra la speranza e la totale rassegnazione. C’è chi ancora confida in una svolta: “Non possiamo arrenderci all’idea che questo scempio sia definitivo — spiega un altro cittadino — credo che ci sia la possibilità di acquisire l’area per pubblica utilità o attraverso un accordo, per restituire questo spazio ai nostri figli”. Di parere opposto sono i disillusi, che ormai considerano l’area una causa persa: “Sono tanti anni che sentiamo le stesse promesse a ogni campagna elettorale — commenta un anziano del posto — Ormai abbiamo perso le speranze. Temo che la soluzione di questo problema sarà lasciata ai posteri, o che non arriverà mai. Noi ci siamo rassegnati a convivere con questi mostri di cemento in un’area degradata”. Negli anni, la politica locale ha provato a più riprese a scuotere le coscienze, sollevando il caso in Consiglio comunale. Da una parte, si è levato il coro di chi ha sempre sostenuto la priorità assoluta del bene pubblico sull’interesse privato, invocando urgenti interventi di messa in sicurezza; dall’altra, è rimasta viva la suggestione di un’acquisizione dell’area al patrimonio comunale. Una via, quest’ultima, che si scontra purtroppo con forti ostacoli. La strada percorribile, come a volte suggerito, sembra essere quella del dialogo istituzionale. L’Amministrazione comunale potrebbe farsi promotrice di tavoli tecnici replicando modelli di concertazione già sperimentati. Sulla complessa questione, componenti dell’amministrazione locale hanno più volte però chiarito lo stato dell’arte: “Il Parco purtroppo non rientra nella gestione diretta del Comune. L’intera area è attualmente vincolata a una curatela fallimentare, alla quale i nostri uffici dei Lavori Pubblici hanno indirizzato ripetute e formali sollecitazioni per chiedere interventi tempestivi di pulizia e messa in sicurezza”. Un tentativo concreto di sbloccare questo quarantennale stallo urbanistico era stato avviato durante l’amministrazione Cariello attraverso l’adozione del PUA (Piano Urbanistico Attuativo) relativo al sub-ambito “Fontanelle 1”, ex Parco Fusco-Pesce. L’obiettivo strategico era quello di ridisegnare e ricucire il tessuto urbano tra il centro e le periferie. Tuttavia, le enormi difficoltà burocratiche, legali e finanziarie insite in un piano di tale portata hanno finito per arenare nuovamente il progetto. Oggi, quei 22.300 metri quadri continuano a restare lì, immobili, nel mezzo del tessuto cittadino. Un’istantanea amara fatta di sterpaglie incolte e scheletri di cemento che genera la comprensibile rabbia di una comunità stanca di promesse e rinvii, e che chiede soltanto di poter riavere, con dignità, un pezzo storico della propria città.

Giuseppe Sanfilippo

Scritto da: Marco Naponiello

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