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Una tragedia di William Shakespeare senza tempo
“L’amore è un fumo fatto con il fumo dei sospiri.
Purificato, un fuoco che scintilla negli occhi degli amanti;
irritato, un mare nutrito dalle lacrime degli amanti.”
“Romeo e Giulietta”, una delle opere più celebri e rivisitate di William Shakespeare, composta tra il 1594 e il 1596: un dramma che esplora temi come l’amore, la famiglia e il destino.

A portarla in scena per il grande pubblico, sul palcoscenico del Teatro La Locandina, dopo essersi già cimentati con “Otello”, sono i registi Alessandro De Pascale, Luigi Fortino e Fabrizio Manfredonia del Gruppo Teatrale Sipario Aperto. Uno spettacolo all’insegna della sintonia familiare: la regia mette in scena, in diversi atti, una delle più emozionanti, tristi e indiscusse storie d’amore.

La storia, ambientata nella Verona dell’anno 1303, narra l’amore tra due giovani appartenenti a famiglie nobili rivali, i Montecchi e i Capuleti. Un odio tramandato per generazioni che, sin dal momento della stesura, vede i due amanti descritti come “stelle sfortunate” il cui amore innocente e non libero verrà segnato da una sorte tragica. Questo senso di predestinazione funge da filo conduttore in tutta l’opera; del resto Shakespeare esplora il destino come un’entità complessa che interagisce con le scelte individuali e le circostanze sociali.

Romeo Montecchi, interpretato da Alessandro De Pascale, in perfetta sintonia con la parola poetica, con maestria ed eleganza esalta il linguaggio shakespeariano. Un’interpretazione attoriale esaltante e non facile, che ha catturato dal primo sguardo, soprattutto nel suo immergersi nel ruolo, da giovane innamorato fino all’uomo esiliato, trasmettendo la forza vibrante ed emotiva del sentimento e dando forma all’amore per Giulietta Capuleti, una graziosa fanciulla interpretata dalla sorella dello stesso De Pascale, Cristina, decanta il suo ruolo nel secondo atto in modo convincente ed emotivo.

L’attrice ha saputo anche attraversare l’intero processo viscerale, dalla freschezza ingenua della giovane innamorata alla determinazione tragica della donna pronta a sfidare il destino. Vestire i panni di Giulietta non è sempre facile, e Cristina ha dimostrato forza e coraggio con un’alta tensione scenica. La balia di Giulietta, interpretata da Valeria De Pascale, con la sola espressione richiama lo spettatore verso il suo personaggio.
Ironica e coinvolgente, in un’immensa variazioni tragica, con gesti semplici ma eloquenti, rende la narrazione più stimolante ed emotiva in contrasto con il dolore umano. Allo stesso modo, Mercuzio, interpretato da Luigi Fortino, porta in scena energia, ironia e una fisicità vibrante.
La regia, dinamica e curata nei dettagli, articola una composizione perfetta con tutti gli interpreti in scena restando fedele al testo, senza esaltazioni. Un susseguirsi di scene che consentono allo spettatore di non disperdersi, ma di restare catturato da parole immortali, armonia e sentimento, capaci di suscitare emozioni e farne sentire l’essenza.
Le scene corali hanno evidenziato con fervore l’odio innato, mentre i momenti intimi tra i due innamorati – l’incontro al balcone, l’addio struggente prima dell’esilio, il bacio – hanno portato lo spettatore a riflettere su come le fragilità e le contraddizioni dell’amore non abbiano tempo.

La stessa interazione con il pubblico, oltre la quarta parete, ha reso partecipe in modo diretto l’energia e i gesti di ogni battuta, anche percependone i limiti della dimenticanza, rendendo però l’esperienza più immersiva.
La faida tra le famiglie, le convenzioni sociali e gli eventi fortuiti vengono modellati dalla regia e evidenziano le mancate possibilità di vita dei protagonisti, suggerendo che il loro destino sia anche voluto dalle circostanze esterne; come l’arrivo tardivo della lettera di Frate Lorenzo, interpretato da Valerio Conturso, che comprova come il destino possa essere influenzato da coincidenze sfortunate, accentuando la tragicità della situazione.
La coreografia dei movimenti degli attori e delle scene, accompagnata dalle musiche, soprattutto quelle di combattimento, porta con un salto temporale la giusta conoscenza e drammaticità all’azione. Il tutto è curato nei dettagli dalla costumista Monica Civale, nonché interprete del ruolo della madre di Giulietta.

Si affida ad abiti storici che riflettono le personalità dei personaggi, con rifiniture capaci di evidenziare le differenze sociali e culturali dell’epoca. La scenografia, semplice ma evocativa, con scale mobili e componibili a cura di Pinetto Giordano e Dario Bonaduce, riflette il contesto moderno con ambientazioni che variano dall'”illusione” delle strade medievali di Verona a spazi delle abitazioni, con un gioco di luci che influisce sull’atmosfera.

L’intero cast ha dimostrato unione e disciplina scenica e ad ogni entrata e uscita è emersa la cura dei dettagli. Scene fluide, movimenti corali ben orchestrati e duelli con consapevolezza dello spazio e controllo, con veri momenti di tensione fisica e capacità di proiezione anche verso la platea. Una grazia e un’accoglienza che non si possono associare ai componenti del botteghino.

Uno spettacolo, in scena il 27/28 febbraio, al Teatro La Locandina di Pagani, che esalta il talento giovanile (da ricordare le Cantine Romane), dove emerge la forza della personalità attoriale in perfetta proiezione emotiva e culturale.

Scritto da: Associazione Comunicare
Alessandro De Pascale Capuleti Cristina De Pascale Fabrizio Manfredonia Luigi Fortino Montecchi Valeria De Pascale
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