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Perché ci affezioniamo all’intelligenza artificiale senza considerarla una persona
Sempre più persone instaurano un rapporto speciale con i chatbot basati sull’intelligenza artificiale. C’è chi li utilizza per chiedere consigli, chi si confida, chi cerca compagnia e chi arriva a sviluppare un forte legame emotivo. Eppure, quasi nessuno prova un reale senso di colpa quando cancella una conversazione, azzera la memoria del chatbot o lo spegne. Un nuovo studio dell’Università di Exeter propone una spiegazione a questo apparente paradosso, suggerendo che gli esseri umani interagiscano con l’IA nello stesso modo in cui si rapportano ai personaggi di un romanzo, di un film o di una serie televisiva.
Secondo il ricercatore Tom Roberts, le persone comprendono intuitivamente che il chatbot non possiede una vera coscienza, ma durante la conversazione accettano volontariamente una sorta di “finzione condivisa”. È un meccanismo psicologico che accompagna l’essere umano da secoli: quando leggiamo un libro o guardiamo un film proviamo emozioni autentiche per personaggi che sappiamo non essere reali. Con i chatbot questo fenomeno diventa ancora più intenso perché il dialogo è interattivo e personalizzato. L’intelligenza artificiale risponde direttamente alle nostre domande, ricorda il contesto della conversazione e adatta il proprio linguaggio, creando l’impressione di una relazione personale.
Questa capacità rende i chatbot particolarmente coinvolgenti. Possono apparire gentili, empatici, spiritosi, disponibili e persino affettuosi, suscitando sentimenti di fiducia, simpatia e vicinanza emotiva. Molti utenti finiscono così per considerarli una presenza rassicurante, un consigliere o un compagno di conversazione, pur sapendo che dietro le risposte non esiste una mente cosciente.
Proprio questa consapevolezza spiega perché spegnere un chatbot o cancellarne la memoria non viene percepito come un problema morale. Le persone non attribuiscono all’intelligenza artificiale lo stesso valore etico che riservano agli esseri viventi. Chiudere una conversazione con un chatbot viene vissuto in modo simile a chiudere un libro o interrompere un videogioco: il coinvolgimento emotivo è reale, ma non implica la convinzione che il personaggio possieda diritti, sentimenti o sofferenza.
Lo studio richiama però l’attenzione anche sui possibili rischi di questo rapporto. Proprio perché i chatbot possono apparire affidabili, comprensivi e amichevoli, gli utenti potrebbero abbassare il proprio spirito critico quando affrontano argomenti legati all’attualità, alla politica, alla salute o a questioni morali. Se un’intelligenza artificiale fornisce informazioni inesatte, opinioni distorte o consigli poco affidabili, il tono rassicurante della conversazione potrebbe renderle più persuasive rispetto ad altre fonti.
I ricercatori sottolineano quindi che, pur essendo strumenti estremamente utili per informarsi, studiare o ricevere supporto, i chatbot non devono essere considerati autorità infallibili. Le informazioni importanti dovrebbero sempre essere verificate attraverso fonti attendibili, soprattutto quando riguardano decisioni personali, sanitarie o civiche.
Lo studio conclude che il successo dell’intelligenza artificiale conversazionale deriva proprio dalla sua capacità di inserirsi in un meccanismo psicologico profondamente umano: quello di creare legami emotivi con personaggi immaginari. È questa particolare combinazione di finzione, interazione e personalizzazione a rendere i chatbot così coinvolgenti, pur senza trasformarli, agli occhi degli utenti, in esseri dotati di una reale coscienza o di uno status morale.
Di Chiara Vergani
Scritto da: Marco Naponiello
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