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Quando la gentilezza non basta: perché gli adolescenti fanno fatica a ricambiare

today2 Aprile 2026 71 5

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Quando la gentilezza non basta: perché gli adolescenti fanno fatica a ricambiare

 

C’è una convinzione diffusa secondo cui gli adolescenti sarebbero chiusi nel proprio mondo e poco inclini alla reciprocità. La realtà che emerge dalle neuroscienze è molto più complessa e per certi versi anche più comprensibile. Non è che i ragazzi non vedano la gentilezza, il punto è un altro: non sentono ancora, dentro di sé, il valore profondo del ricambiarla.

Una recente ricerca pubblicata su eLife ha osservato il comportamento di adolescenti e giovani adulti attraverso il classico dilemma sociale del “Dilemma del prigioniero”, un gioco che mette alla prova la scelta tra cooperare o agire per interesse personale. I risultati sono sorprendenti solo in apparenza: gli adolescenti riconoscono perfettamente quando l’altro è collaborativo, ma sono meno motivati a rispondere con la stessa moneta.

Qui si rompe un luogo comune importante. Non si tratta di incapacità di comprendere l’altro, né di mancanza di empatia in senso stretto. Gli adolescenti leggono bene le intenzioni, colgono i segnali sociali, capiscono quando qualcuno è corretto o disponibile. Ma nel momento della scelta, prevale un altro meccanismo: il peso del vantaggio immediato.

In altre parole, il loro cervello attribuisce meno valore alla “ricompensa della reciprocità”. Negli adulti, ricambiare la gentilezza non è solo un atto morale o sociale: è anche percepito come gratificante a livello interno. Negli adolescenti questo circuito non è ancora pienamente sviluppato. È come se la soddisfazione di costruire una relazione equa e duratura fosse ancora troppo debole rispetto al guadagno immediato.

Questo spiega anche un comportamento che molti genitori e insegnanti conoscono bene: i ragazzi reagiscono prontamente alle ingiustizie, smettono di fidarsi, si chiudono, si difendono, ma faticano a essere proattivi nella gentilezza. Sanno proteggersi, ma non sempre sanno costruire.

L’adolescenza è una fase di transizione profonda. Il cervello è ancora in riorganizzazione, soprattutto nelle aree legate al controllo degli impulsi, alla valutazione delle conseguenze e alla costruzione delle relazioni sociali complesse. In questo contesto è naturale che l’interesse personale abbia un peso maggiore: è una forma di allenamento, anche se a volte appare come chiusura o opportunismo.

C’è però un elemento molto importante che emerge dalla ricerca: la cooperazione non è assente, è in costruzione. Non siamo di fronte a un difetto, ma a un processo evolutivo.

Educare alla reciprocità non significa semplicemente chiedere ai ragazzi di “essere gentili”, vuol dire aiutarli a comprendere il valore delle relazioni nel tempo, a sperimentare concretamente che la fiducia genera fiducia, che la cooperazione costruisce sicurezza, che il rispetto reciproco è una forma di forza, non di debolezza.

In fondo, ciò che manca non è la capacità di vedere l’altro, ma il significato emotivo attribuito a quel legame. Questo significato si costruisce con l’esperienza, con modelli coerenti, con relazioni autentiche.

L’adolescente che oggi sceglie sé stesso non è necessariamente un adulto egoista domani. È una mente in crescita che sta ancora imparando una delle lezioni più difficili della vita: che il vero guadagno, spesso, non è immediato, ma condiviso.

Di Chiara Vergani

Scritto da: Marco Naponiello

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