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Il Sud paga il prezzo più alto della sanità: fuga verso il Nord e diritti negati! Per un totale di 5 miliardi

today4 Marzo 2026 43 5

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Il Sud paga il prezzo più alto della sanità: fuga verso il Nord e diritti negati! Per un totale di 5 miliardi. Mobilità sanitaria record: oltre 5 miliardi spostati fuori regione. Dietro i numeri c’è un divario che pesa sulle famiglie meridionali e smaschera promesse politiche rimaste tali.

Marco Naponiello

Nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 5,04 miliardi dell’anno precedente. Un dato che fotografa una tendenza ormai strutturale: sempre più cittadini sono costretti a curarsi lontano dalla propria regione di residenza. Non si tratta più di una scelta per cercare un centro di eccellenza, ma di una necessità determinata da servizi carenti, liste d’attesa interminabili e strutture prive di personale e tecnologie adeguate. Il flusso principale resta quello dal Sud verso il Nord, anche se esistono movimenti tra regioni settentrionali confinanti. Tuttavia, mentre al Nord si registra una mobilità di prossimità tra territori dotati di servizi di qualità, nel Mezzogiorno si consuma una vera e propria emorragia di pazienti e risorse senza alcuna compensazione in termini di attrattività. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto assorbono la quota più consistente della mobilità attiva, concentrando miliardi di euro e migliaia di ricoveri di cittadini non residenti. Sul fronte opposto, regioni come Campania, Calabria, Puglia e Sicilia presentano saldi pesantemente negativi: pagano per le cure erogate altrove ai propri cittadini e vedono impoverirsi ulteriormente il proprio sistema sanitario. Il risultato è duplice: le casse regionali si svuotano e le famiglie meridionali si sobbarcano costi aggiuntivi per viaggi, pernottamenti, giorni di lavoro persi e disagi psicologici spesso enormi, soprattutto nei casi di patologie oncologiche, cardiologiche o pediatriche. Negli anni passati diversi governatori del Sud avevano annunciato un cambio di passo. In Campania, ad esempio, era stato promesso che la regione sarebbe diventata un modello di efficienza sanitaria e che la fuga dei pazienti si sarebbe progressivamente ridotta. E dichiarazioni analoghe sono arrivate anche da altre amministrazioni meridionali. Eppure i numeri raccontano una realtà diversa: la mobilità passiva resta elevata, i saldi continuano a essere negativi e le diseguaglianze territoriali non si sono affatto colmate. La migrazione sanitaria è oggi uno degli indicatori più chiari della frattura del Servizio sanitario nazionale: il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, finisce per dipendere dal codice di avviamento postale. Quando oltre cinque miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono stabilmente verso poche regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che l’Italia viaggia a due velocità. In questo scenario, il Sud non solo paga il proprio deficit sanitario, ma finanzia indirettamente i sistemi più forti, aggravando una spirale che rischia di diventare irreversibile. Senza un piano straordinario di investimenti, reclutamento di personale e riorganizzazione dell’assistenza territoriale, il divario continuerà ad ampliarsi. E mentre il Nord consolida eccellenze e attrattività, il Mezzogiorno appare sempre più distante dagli standard europei, in una condizione che interroga non solo la politica ma l’idea stessa di coesione nazionale.

Scritto da: Marco Naponiello

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