QUARTO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA LETTERARIA SUL “DE REBUS SICULIS CARMEN AD HONOREM AUGUSTI”

QUARTO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA LETTERARIA SUL “DE REBUS SICULIS CARMEN AD HONOREM AUGUSTI”

7 Dicembre 2019 Off Di Vittorio Campagna

Il prologus dell’opera “petriana” prosegue col terzo disegno della miniatura, in basso a sinistra, della Carta 2; in essa è raffigurato Ovidio, che, come Virgilio e Lucano, impugna un  rotolo, con su scritto il primo verso delle “Metamorfosi” e il verso 653 dell’”Ars amandi>”. Anche i versetti ovidiani hanno una stratta relazione con il carme dell’ebolitano, contrariamente a quanto si pensi.

 

Il primo verso delle Metamorfosi:

<<In Nova fert animus mutatas dicere formas>>, che tradotto:

<<A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi mi spinge l’estro>>; esso è più che mai attinente alla trama storica del “dramma siciliano”. Pietro, infatti, nel suo giudizio di parte, presenterà Tancredi, rivale di Enrico VI nell’ascesa al Regno di Sicilia, come un aborto[1], uno scherzo della natura, una scimmia, non un uomo, quindi, indegno di rappresentare la razza umana, pretendendo anche di diventare re; per Pietro significa volersi trasformare in essere umano. In questo consiste la metamorfosi: uno sgorbio e aborto, un non uomo che diventa essere umano, e prende persino le sembianze del Re di Sicilia (1189).

Pertanto, Il verso delle metamorfosi ovidiane, citato sopra, sta a indicare proprio la “trasformazione metaforica di Tancredi, il quale pur essendo considerato un <<non uomo>> si erge a essere umano per aspirare al regno, riuscendo persino nel suo intendo.

 

Il verso 653 dell’Ars Amandi:

Esso completa il significato della Carta 2, e anche qui mi pregio di dare la più appropriata interpretazione al pensiero di Pietro del verso 653 dell’opera ovidiana: <<Munera, crede mihi, capiunt hominesque deosque>>, che tradotto significa:

<<Credimi, con i doni compri gli uomini e gli dei>>; infatti, rispecchia appieno la storia raccontata del vate ebolitano. In realtà, Tancredi, nella guerra di successione al Regno contro Enrico VI, fu fortemente osteggiato da alcuni potenti baroni e dall’Arcivescovo Gualtiero di Pagliara; per questo, <<Tancredi divenuto re (1189), pagò una grossa somma (munera) a suo cognato Riccardo, conte della Cerra (di Acerra), perché con la forza delle armi e con la persuasione (del danaro) conducesse all’ubbidienza i baroni ribelli>>.

Infatti, Tancredi riuscì a pacificare il regno, finché non scese in campo Enrico VI nel 1191 e poi nel 1194, quando si riprenderà la lotta di successione al Regno. Pertanto, secondo Pietro, il verso dell’Ars Amandi è appropriato per Tancredi, il quale realmente ottenne con il danaro (munera) per circa cinque anni ciò che non poteva ottenere appieno con la forza militare e con il consenso spontaneo dei sudditi: la pacificazione del regno.

A conclusione, Pietro non poteva scegliere poeti e versi più idonei cui ispirarsi per creare la sua poetica su questo periodo storico. Virgilio, Lucano, Ovidio docent.