QUINTO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA LETTERARIA SUL “DE REBUS SICULIS CARMEN AD HONOREM AUGUSTI”

QUINTO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA LETTERARIA SUL “DE REBUS SICULIS CARMEN AD HONOREM AUGUSTI”

14 Dicembre 2019 Off Di Vittorio Campagna

L’11 novembre del 1189 muore Guglielmo II Re di Sicilia senza eredi. Ha inizio una lotta intestina per la successione al trono. Nello incipit lo scopo di Pietro, poeta di parte, è quello di affermare la consanguineità di Costanza d’Altavilla con Re Ruggero II e il diritto al trono suo e del marito Enrico VI di Svevia, contro Tancredi e altri pretendenti. Pietro introduce il tema facendo riferimento al padre di lei, Ruggero II, fondatore del regno: <<Sic erat in fatis, (Ruggero) ut tercia nuberet uxor (Beatrice)… Nascitur in lucem de ventre beata beato, de Costantini nomine nomen habens, traditur Augusto coninx Costantia magno (vv.13,19-21)>>. (“Così era nei fati, che a lui (Ruggero) andasse in sposa una terza moglie (Beatrice)… Nasce felice da un ventre felice (Costanza), che prende il nome dal nome di Costantino, al grande Augusto Costanza vien data in moglie”). Per la comprensione dell’opera petriana è necessario, comunque, far chiarezza su tre apparenti imperfezioni storico-cronologiche in alcuni personaggi citati in codesta prima particola.

  • La prima imperfezione storica riguarda la discendenza di re Ruggero: <<Dux ubi Roggerius,

Guiscardi Clara propago (v.1)>> (“Quando il duca Ruggero, del Guiscardo illustre progenie”); il poeta definisce Ruggero II figlio di Roberto il Guiscardo, quando quest’ultimo, in verità, era solo lo zio, fratello del padre Ruggero I di Sicilia. L’accomodamento parentale è dovuto al fatto che il Guiscardo fosse di gran lunga il più famoso tra i Normanni e Principe di Salerno; con un principato che si estendeva direttamente o indirettamente da Reggio Calabria fino ai confini dello Stato Pontificio. Definire Ruggero II discendente diretto del Guiscardo significava attribuirgli con diritto il vasto Principato salernitano, e con esso il grande prestigio che il dux godeva tra i contemporanei.

  • La seconda imperfezione storica riguarda papa Callisto II: <<Altius aspirat. Qui, delegante

Calisto, ungitur in regem (vv.3-4)>> (“Mirò più in alto e, su delega di Callisto, venne incoronato re”). In realtà, a creare Ruggero II Re di Sicilia fu l’antipapa Anacleto II il 27 settembre del 1130 con una propria Bolla, e non Callisto II che muore nel 1124; mentre l’intronizzazione è avvenuta solo il 25/12/1130. Pietro si rendeva conto che non sarebbe stato onorevole per il fondatore del Regno di Sicilia e padre della futura Augusta Costanza, moglie di Enrico VI, fosse stato unto Re da un antipapa, Anacleto II. Pertanto, lo scambio dei papi è solo una licenza storico-encomiastica.

  • Stesso ragionamento vale per la terza imperfezione o adattamento Il poeta afferma che

<<Traditur Augusto coniunx Constantia magno; Lucius in nuptu pronuba causa fuit (vv.21-22)>> (“Al grande Augusto Costanza viene data in moglie; Lucio ne favorì il matrimonio”). Il matrimonio tra Costanza ed Enrico VI fu celebrato nel gennaio del 1186 dal Patriarca di Aquileia quando era papa Urbano III; il poeta, invece attribuisce la benedizione papale del matrimonio a Lucio III, il quale era già morto l’anno prima, 1185. Secondo l’ottica del poeta l’accorgimento e scambio dei Papi erano necessari; infatti, re Guglielmo I, fratello di Costanza, come quasi tutti i nobili del regno e i papi erano contrari al matrimonio propugnato da Federico Barbarossa tra Enrico VI e Costanza; i primi, per timore che la corona siciliana passasse poi alla dinastia Sveva, come poi è accaduto; i secondi, che il Regno di Sicilia confluisse nel S.R.I. Il papa Urbano III era contrario al matrimonio, infatti scomunicò lo stesso celebrante Patriarca di Aquileia. Pertanto, affermare che Lucio III <<Ne favorì il matrimonio>>, come si esprime il poeta, significa eliminare l’imbarazzo che il nome di Urbano III crea nel lettore per la sua avversione alle nozze. Il numero “VI” auspico in Enrico, somma dei “III” di due papi Lucio e Celestino: <<… Tertius in sexto… requienscit uterque (v.22-25)>> (“… L’Uno e l’altro Terzo nel Sesto… riposano) non giustifica lo scambio.