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TRENTANOVESIMO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA LETTERARIA SUL “DE REBUS SICULIS CARMEN AD HONOREM AUGUSTI”

 

 

Di Vittorio Campagna

Dopo l’intervallo sul profilo di Matteo d’Aiello il poeta,con la particola XXXIII: <<Epistula Celestini et liberatioConstancie>>:“Lettera di Celestino e liberazione di Costanza”, ritorna sullo status di prigioniera di Costanza.

 

Ci troviamo nel 1192 quando interviene Celestino III; il quale prende una posizione precisa contro il comportamento di Tancredi, per lo scellerato gesto di aver fatto prigioniera l’imperatrice. Scrive una lettera, con la quale, fra l’altro, afferma: <<Hec, Tancrede, tibi mando per numina celi, et nisi, quodiubeo, feceris, hostis ero. Undetibitantusfuror aut dementia tanta, in iubarillicitassolisiniremanus? Undetibi tante superest audacia mentis? Ausus es Experiamdetinuissediem?>> (“Questo, per volontà del cielo ti raccomando, o Tancredi, e se non farai quanto ti ordino, sarò tuo nemico. Donde ti viene tanta insolenza d’animo? Imprigionare osasti lo splendore d’Italia”?)(vv.1011-1016).È una lettera ben articolata finalizzata alla liberazione dell’imperatrice, convinto che la reazione armata di Enrico VI non si sarebbe fatta attendere per liberare la sua sposa. Rimprovera il re di aver agito senza alcun diritto, trasgredendo anche le leggi più semplici del buon senso. Le parole chiavi sono in tre versi: <<Qui stibi iuradedit? Tribuitquisvincula Petri? Ius sine iure tenes connubiale viro.An tibisceptraparum regni sumsissevidetur>> (“Chi te ne diede il diritto? Chi ti affidò le chiavi di Pietro? Con arbitrio trattieni una che è per diritto coniugale del marito. O forse ti par poco l’aver usurpato lo scettro di un regno?”) (vv.1023-1025). In questi tre versi mette in evidenza due grossi reati: il primo riguarda il sequestro di Costanza che appartiene a suo marito Enrico per diritto divino, essendo il matrimonio un sacramento; secondo, aver usurpato il regno alla stessa imperatrice, l’unica avente diritto per discendenza!

 

La lettera mette a forte disagio Tancredi che <<Quamtenetinclusam, tristisabireiubet>> (“Di mala voglia dispone che parta colei che tiene prigioniera”) (v.1046); pertanto, seppur a malincuore, si sente obbligato a liberare l’imperatrice per non inimicarsi anche il Papa oltre l’imperatore;  Costanza è accompagnata da alcuni cardinali, come prima tappa Roma. L’intervento di Celestino III mirava anche a ingraziarsi l’imperatore, svolgere la parte d’intermediario e ritardare il più possibile l’intervento militare imperiale in Italia; inoltre, ospitando a Roma Costanza poteva programmare un incontro con Enrico VI per un tentativo di una possibile pace tra Tancredi e Costanza; purtroppo per il papa e per Tancredi, l’imperatrice durante il viaggio fu sequestrata da guardie imperiali e non passò per Roma; anzi, sembra che fosse stato l’abate Roffredo a sconsigliarla di non passare dal Papa e dirigersi direttamente in Germania.

 

In verità, ci sarebbe anche la versione di Riccardo da san Germano; il quale, seppur succintamente, riporta una realtà di Tancredi molto più ammansita; anzi, da sembrare persino contrariatoper averle condotta prigioniera Costanza; almeno, così lasciano intendere le sue parole:  <<Quamrex ipse debito cumhonorerecipiens, magnisornatammuneribus in Alemannia ad imperatoremremittit>>: “Il re stesso ricevendola con il dovuto onore, dotandola di ricchi doni, la mandò in Alemagna dall’Imperatore”. (F. Cioffi editore, Cassino, pp.36-37). Secondo il cronista, in realtà, non ci sarebbe stata alcuna pretesa di Tancredi di contendere con la zia Costanza, per rimandarla al marito con doni e onori. Sarebbe stato solo un errore dei “tancredini di Salerno” ad avergliela inviata.

 

N.B. La traduzione dal latino del prof. Carlo Manzione, è offertaper gentile concessione dell’ Ass. ne Culturale “Ebolusdulcesolum, Storia e Arte al servizio della Cultura“; mentre, l’articolo è tratto dal libro dell’autore, Vittorio Campagna: <<Pietro da Eboli, Vate latino della letteratura italiana>>,de“L’Auroreedizioni”, Torchiara 2018.

 

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