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QUARANTUNESIMO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA LETTERARIA SUL “DE REBUS SICULIS CARMEN AD HONOREM AUGUSTI”

Di Vittorio Campagna

Siamo giunti alla fine del primo libro; il quale termina con le imprese del condottiero imperiale Diopoldo, per ricordare al lettore che la presenza di Enrico VI nel Regno di Sicilia non è mai venuta meno grazie a un distaccamento militare comandato dal Conte, di stanza al nord del regno come pied-à-terre, dopo la partenza dell’imperatore a causa della débâcle sotto le mura della Città di Napoli. Diopoldo tiene vive le imprese imperiali con fresche vittorie militari, in attesa che arrivi il giorno fatidico, quando il regno di Sicilia avrà i suoi legittimi sovrani: Enrico VI e Costanza D’Altavilla.

 

Il poeta, si riallaccia quindi al 1191, quando l’imperatore malato ritornava in Germania; mentre, parte del suo esercito agli ordini di Diopoldo, appunto, continuava ad assoggettare città siciliane a favore dello Svevo, prolungando il racconto fino al 1194. Il poeta per esaltare Diopoldo riporta due episodi accaduti al condottiero tedesco, nel 1192, quando con l’aiuto del fido Adinolfo, decano di Cassino, aveva assoggettato tutte le terre, intono al monastero, come racconta Riccardo da san Gemano.

 

Il primo episodio di valore, che da anche il titolo alla particola XXXV: <<Quando Dipuldus agressus est>, cioè: <<Quando Diopoldo fu aggredito>>, fa riferimento all’aggressione subita da parte di alcuni contadini: <<Cuius  ab agricolis circumdatus, a tribus horum in triplici cultro digladiatur equus>> (“Circondato da contadini, da tre di loro armati di coltelli viene colpito il suo cavallo”) (vv.1097-1098); lui, difendendosi come un leone <<Stans pedes, ense pedes duros detruncat et armos, se fore Dipuldum clamat et ense probat>> (“Stando in piedi, con la spada spezza piedi e braccia, grida di essere  Diopoldo e con la spada lo prova”) (vv.1099-1100), ne ha la meglio. L’impresa permise di mettere in fuga i restanti assalitori.

 

Il secondo episodio, invece, riguarda la cattura di Riccardo, conte di Calvi, il quale simpatizzava per il re Tancredi. Questi razziava ogni cosa di ciò che appartenesse ai sostenitori imperiali, fino a quando, per caso, s’imbatté in Diopoldo presso Capua: <<Ex hac Dipuldus, comes ex hac abvius ibat. Alter in alterius nescius ibat iter>> (“Da una parte veniva Diopoldo, dall’altra veniva verso di lui il conte, l’uno procedeva ignaro nella direzione dell’altro”) (vv.1111-1112).

Lo scontro è feroce: <<Hic ferit, ille ferit, cadit hic, super hunc stat et ille. Dentipotens comitem denique vicit  aper>> (“L’uno colpisce, l’altro risponde, l’uno cade, l’altro gli si avventa sopra, infine il cinghiale dai denti potenti ha la meglio sul conte”) (vv.1115-1116). Il conte di Calvi è catturato e condotto prigioniero al castello di Roccadarce.

 

Diopoldo, rimasto in Italia, aveva prevalentemente due compiti: il primo era di creare azioni di disturbo in “terra sicula”; tenere impegnate le milizie di Tancredi fino al ritorno dell’imperatore.

Il secondo, era di ricordare a Tancredi che è prossima la vendetta dell’Imperatore e che a breve ritornerà in Italia per conquistare il regno, che gli appartiene di diritto tramite sua moglie Costanza.

 

N.B. La traduzione dal latino del prof. Carlo Manzione, è offerta per gentile concessione dell’ Ass. ne Culturale “Ebolus dulce solum, Storia e Arte al servizio della Cultura“; mentre, l’articolo è tratto dal libro dell’autore, Vittorio Campagna: <<Pietro da Eboli, Vate latino della letteratura italiana>>, de “L’Aurore edizioni”, Torchiara 2018.

 

 

 

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