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Chiara Vergani: Empatia artificiale in sanità: quando la tecnologia impara a comprendere le emozioni

today8 Gennaio 2026 60

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Chiara Vergani: Empatia artificiale in sanità: quando la tecnologia impara a comprendere le emozioni

Negli ospedali del futuro non ci saranno solo macchine intelligenti, ma sistemi capaci di “relazionarsi”. Accanto all’intelligenza artificiale sta infatti emergendo un nuovo paradigma: l’empatia artificiale. Si tratta di tecnologie progettate per riconoscere e simulare risposte empatiche durante l’interazione con il paziente, rendendo le cure più umane in un contesto sanitario sempre più sotto pressione.

A delineare questo scenario è una recente revisione pubblicata sulla rivista Cyborg and Bionic Systems, che analizza come strumenti hi-tech avanzati possano integrare, almeno in parte, quella dimensione emotiva che oggi rappresenta uno dei principali punti di forza dell’interazione tra esseri umani. La crescente carenza di personale sanitario a livello globale rende infatti difficile garantire un supporto relazionale costante e di qualità, nonostante l’empatia sia un fattore chiave per il benessere del paziente, l’aderenza alle terapie e gli esiti clinici.

Finora molte soluzioni tecnologiche in ambito sanitario si sono concentrate soprattutto sull’efficienza e sulla ripetibilità dei compiti. In settori come la riabilitazione, ad esempio, i robot sono in grado di offrire training standardizzati e precisi, ma restano lontani dalla capacità dei terapeuti umani di motivare, incoraggiare e creare una relazione significativa. È proprio questo “beneficio affettivo” dell’interazione interpersonale l’elemento che l’empatia artificiale tenta di colmare, pur senza sostituire l’esperienza emotiva autentica.

Secondo gli autori della revisione, l’empatia artificiale può essere definita come la capacità di una macchina di percepire, interpretare e simulare comportamenti empatici attraverso processi algoritmici. Non si tratta di emozioni reali, ma di risposte costruite sulla base di dati e modelli di comportamento umano. L’obiettivo è migliorare la qualità dell’interazione uomo-macchina, soprattutto nei contesti di cura.

Tre sono le principali famiglie tecnologiche individuate. I giochi multiplayer rappresentano un modo per introdurre la vera interazione tra persone all’interno di ambienti digitali di riabilitazione e training, favorendo motivazione, supporto sociale e coinvolgimento. I robot sociali invece sfruttano la loro “presenza fisica” e segnali sociali complessi – come sguardo, postura, linguaggio ed espressioni facciali – per offrire compagnia e supporto, spesso con un ruolo simile a quello di un coach. Gli agenti virtuali infine, puntano su costi ridotti e grande scalabilità, offrendo interazioni sociali attraverso schermi o ambienti di realtà virtuale, aumentata o mista.

Un ruolo centrale è giocato dall’intelligenza artificiale generativa e dai modelli linguistici avanzati, che permettono dialoghi più naturali e personalizzati. Tuttavia, per raggiungere livelli più avanzati di empatia artificiale, i futuri sistemi dovranno essere in grado di stimare in tempo reale gli stati cognitivi ed emotivi degli utenti. Il riconoscimento delle emozioni si basa sempre più su approcci multimodali, che combinano segnali comportamentali – come voce, testo, mimica facciale, gesti ed eye-tracking – con parametri fisiologici come frequenza cardiaca, EEG ed ECG.

Non mancano però le criticità. Molti modelli faticano a funzionare in modo affidabile tra culture diverse e costrutti fondamentali per la relazione, come fiducia, coinvolgimento e presenza sociale, restano difficili da misurare in tempo reale. Inoltre la maggior parte degli studi disponibili si basa su campioni ridotti e presenta una validazione clinica ancora limitata.

Sul piano etico, gli esperti mettono in guardia dal rischio di un eccessivo affidamento sulla “pseudo-empatia” simulata. Un uso improprio potrebbe favorire falsi legami emotivi o sostituire relazioni umane reali, mentre eventuali errori o “allucinazioni” dei sistemi di intelligenza artificiale possono risultare particolarmente dannosi in ambito sanitario. Per

Per questo l’empatia artificiale viene indicata come un supporto e non come un’alternativa alla comunicazione autentica tra persone.

La sanità del futuro sembra dunque destinata a essere un equilibrio delicato tra tecnologia e umanità: macchine sempre più sofisticate potranno aiutare medici e pazienti, ma l’empatia vera resterà un elemento insostituibile della cura.

Di Chiara Vergani

Scritto da: Marco Naponiello

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