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IL MAL DI VIVERE NON FA RUMORE: PREVENIRE IL SUICIDIO È UN ATTO DI CIVILTÀ

today10 Settembre 2026 40 5

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Oggi la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Oltre 720mila morti ogni anno nel mondo e 3.741 in Italia nel 2023: dietro i numeri ci sono solitudini, fragilità e richieste d’aiuto che spesso non sappiamo ascoltare

Ci sono dolori che fanno rumore e altri che, invece, avanzano in silenzio. Il mal di vivere appartiene spesso a questa seconda categoria: si insinua lentamente nelle persone, entra nelle loro giornate, modifica le abitudini, spegne progressivamente l’entusiasmo e può arrivare a convincere qualcuno che non esista più una via d’uscita. È proprio per questo che parlare di suicidio non significa soltanto occuparsi dell’atto estremo, ma soprattutto interrogarsi su ciò che lo precede e, dunque, sulla possibilità concreta di prevenirlo. Oggi, 10 settembre, si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, una ricorrenza che invita governi, istituzioni, professionisti della salute e società civile a rompere il silenzio intorno a un fenomeno che continua ad avere dimensioni drammatiche. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ogni anno nel mondo oltre 720mila persone muoiono per suicidio e per ogni persona che perde la vita ce ne sono molte altre che tentano di togliersela. Nel 2021 il suicidio è stato inoltre la terza causa di morte nella fascia compresa tra i 15 e i 29 anni. Numeri che diventano ancora più inquietanti quando smettono di essere statistiche e tornano ad essere ciò che realmente sono: persone, famiglie, amicizie, comunità private improvvisamente di qualcuno. Anche l’Italia non è immune. I dati definitivi più recenti disponibili indicano 3.741 suicidi nel 2023, una cifra che equivale a più di dieci vite spezzate ogni giorno. E dietro questo fenomeno ci sono condizioni differenti: depressione, solitudine, disagio economico, crisi familiari, perdita del lavoro, fallimenti personali percepiti come irreparabili, malattie, dipendenze, isolamento sociale. Non esiste una sola causa e sarebbe sbagliato cercare spiegazioni semplicistiche. Esiste però una costante: molto spesso chi arriva a pensare al suicidio attraversa una condizione di sofferenza profonda nella quale il futuro appare improvvisamente privo di alternative. È qui che la società deve intervenire. Perché prevenire non significa soltanto curare una depressione quando ormai è diventata grave, ma imparare ad accorgersi prima che qualcosa non va. Significa ascoltare un figlio che cambia improvvisamente comportamento, un amico che si chiude in se stesso, un collega che perde ogni motivazione, un anziano che vive una solitudine sempre più pesante. Significa anche smettere di considerare la richiesta d’aiuto come un segno di debolezza. In una società che corre sempre più velocemente, il rischio è quello di trasformare persino il lavoro in una gabbia: non più lavorare per vivere, ma vivere per lavorare, con una pressione continua sulle prestazioni, sul denaro, sul successo e sull’apparire. E quando alle difficoltà lavorative si sommano l’insicurezza economica, la precarietà dei rapporti, la crisi della famiglia tradizionale e la progressiva perdita delle reti sociali, una persona fragile può ritrovarsi drammaticamente sola proprio nel momento in cui avrebbe maggiore bisogno degli altri. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che il problema riguardi soltanto i giovani. Il dolore psichico attraversa tutte le età: adolescenti alle prese con pressioni e aspettative, adulti schiacciati da responsabilità familiari e professionali, persone di mezza età che vivono una crisi esistenziale o economica, anziani che sperimentano solitudine, perdita dell’autonomia o lutti. La prevenzione, allora, deve diventare una responsabilità collettiva. La famiglia resta una prima e fondamentale rete di protezione, ma non può essere lasciata sola. Servono servizi sanitari accessibili, psicologi, medici di base, servizi sociali, associazioni, scuole, luoghi di aggregazione e comunità capaci di collaborare. E serve riscoprire qualcosa che nella società contemporanea rischiamo di perdere: il valore del vicinato, dell’amicizia, della solidarietà quotidiana. A volte prevenire significa semplicemente telefonare a qualcuno, chiedergli come sta e avere la pazienza di ascoltare davvero la risposta. Significa non liquidare con un “passerà” una persona che sta attraversando un momento buio. Significa avere il coraggio di chiedere aiuto quando ci si accorge che il dolore supera le proprie forze. L’OMS sottolinea che il suicidio è prevenibile attraverso interventi efficaci a livello individuale, comunitario e di popolazione. E allora questa Giornata mondiale non dovrebbe essere soltanto una ricorrenza da ricordare una volta all’anno. Dovrebbe diventare un’occasione per costruire una cultura permanente dell’ascolto. Perché dietro una persona che dice di non farcela può esserci ancora una possibilità, dietro una porta chiusa può esserci qualcuno che aspetta semplicemente che un’altra persona bussi, dietro un’apparente indifferenza può nascondersi una richiesta d’aiuto che non riesce a trovare le parole per esprimersi. Una società realmente civile non si misura soltanto dalla propria capacità di produrre ricchezza, tecnologia o crescita economica, ma anche dalla capacità di non lasciare indietro chi attraversa il momento più fragile della propria esistenza. Dare nuova linfa e nuova vita a chi soffre non è soltanto un dovere sanitario: è un atto di civiltà, di umanità e di responsabilità collettiva. E forse la prevenzione comincia proprio da una parola semplice, spesso dimenticata nella frenesia quotidiana: “Come stai?”. E, soprattutto, dalla disponibilità ad aspettare la risposta.

Scritto da: Marco Naponiello

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