News

DALL’EURO ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: LA NUOVA POVERTÀ CHE MINACCIA L’ITALIA. UNA BOMBA SOCIALE CHE ESPLODERÀ IN TUTTO IL MONDO CAPITALISTICO

today26 Maggio 2026 36 5

Sfondo
share close

DALL’EURO ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: LA NUOVA POVERTÀ CHE MINACCIA L’ITALIA. UNA BOMBA SOCIALE CHE ESPLODERÀ IN TUTTO IL MONDO CAPITALISTICO

L’Italia cresce meno della paura dei suoi cittadini ma abbastanza da nascondere una verità sempre più evidente: il rischio povertà non arretra. Secondo le ultime stime Eurostat, nel 2026 il 18,6% degli italiani resta a rischio povertà, un dato stabile rispetto all’anno precedente ma superiore alla media europea del 16,4%. Un numero che racconta meglio di mille slogan la fragilità economica di un Paese che, nonostante una migliore occupazione, uno spread più contenuto e conti pubblici relativamente più stabili rispetto agli anni più bui della crisi del debito, continua a produrre milioni di persone vulnerabili. Dall’ingresso dell’euro nel 2002 l’Italia ha vissuto una lunga stagione di stagnazione salariale, delocalizzazioni industriali e perdita progressiva di potere d’acquisto. La globalizzazione ha consentito alle grandi multinazionali di spostare fabbriche e produzioni verso aree del mondo a basso costo del lavoro, svuotando interi distretti industriali e comprimendo salari e diritti. Nel frattempo il ceto medio si è assottigliato, mentre aumentavano i lavoratori poveri, cioè persone con un impiego ma incapaci comunque di sostenere il costo della vita. Oggi il problema rischia di aggravarsi ulteriormente. L’avanzata dell’intelligenza artificiale, dell’automazione avanzata, della robotica e perfino dei futuri sistemi quantistici promette enormi progressi tecnologici ma anche una trasformazione brutale del mercato del lavoro. Interi settori amministrativi, logistici, bancari, assicurativi e perfino professionali potrebbero essere ridimensionati da software capaci di sostituire attività umane in pochi secondi. La tecnologia crea nuove opportunità, ma la velocità della trasformazione rischia di essere superiore alla capacità dello Stato di proteggere chi resterà indietro. È qui che emerge il vero nodo politico e sociale. Il welfare europeo, nato nel Novecento per sostenere pensionati, lavoratori e famiglie, fatica a reggere una società che invecchia, produce meno figli e accumula debito pubblico. In Italia il sistema pensionistico è sostenuto da un numero sempre più ridotto di lavoratori attivi rispetto ai pensionati. L’INPS continua a reggere grazie ai contributi correnti e all’intervento dello Stato, ma il rischio di squilibri futuri è reale. Le nuove generazioni, spesso intrappolate tra precarietà e bassi salari, rischiano pensioni molto più basse rispetto a quelle percepite dai loro genitori. E persino le pensioni considerate oggi solide potrebbero diventare difficili da sostenere in un contesto di crescita debole e denatalità cronica. Il problema non riguarda soltanto l’Italia ma tutto l’Occidente. Le grandi ricchezze globali si concentrano sempre più in poche mani mentre la massa dei redditi medi si impoverisce lentamente. L’Unione Europea continua a imporre regole rigide su deficit, concorrenza e bilanci pubblici ma fatica a liberare risorse sufficienti per investimenti strutturali capaci di rilanciare industria, innovazione e salari. Senza una politica industriale comune, senza energia a basso costo e senza una vera difesa economica europea, il continente rischia di perdere competitività rispetto a Stati Uniti e Cina. Servirebbero investimenti massicci in formazione, ricerca, natalità, infrastrutture e riqualificazione professionale. Servirebbe soprattutto redistribuire meglio la ricchezza prodotta dalla rivoluzione tecnologica, evitando che l’intelligenza artificiale aumenti i profitti di pochi lasciando milioni di cittadini senza tutele. Ridurre il costo del lavoro, sostenere le imprese che assumono stabilmente, incentivare il rientro delle produzioni strategiche e garantire salari dignitosi potrebbe essere una prima risposta. Perché dietro le percentuali di Eurostat non ci sono statistiche astratte ma famiglie che rinunciano alle cure, giovani che emigrano, anziani che non arrivano alla fine del mese e lavoratori costretti a vivere nell’incertezza permanente. Il rischio è che nei prossimi anni la tensione sociale cresca fino a trasformarsi in una vera bomba economica e politica. E quando un Paese perde il suo ceto medio, perde anche la stabilità democratica su cui ha costruito il proprio futuro.

Marco Naponiello

Scritto da: Marco Naponiello

Rate it

Co-Municare.it è un progetto editoriale di Radio Città 105.
Giornale On-Line iscritto al Tribunale di Salerno numero cronologico 6/2024 del 01/02/2024 RG n 194/2024