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IL GRANDE BLUFF DEI SONDAGGI: PERCHÉ GLI ELETTORI NON SONO PIÙ DECIFRABILI

today26 Maggio 2026 66 5

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IL GRANDE BLUFF DEI SONDAGGI: PERCHÉ GLI ELETTORI NON SONO PIÙ DECIFRABILI

Tra flop clamorosi, voto liquido e astensionismo, la politica non riesce più a capire il Paese reale.

di Marco Naponiello

Da Venezia agli Stati Uniti, passando per le Politiche italiane, una domanda torna con sempre maggiore forza: ma chi crede ancora ai sondaggi? L’ennesimo caso è arrivato dalle elezioni comunali veneziane. Per settimane diversi istituti demoscopici avevano raccontato una realtà che poi le urne hanno completamente ribaltato: il candidato del centrosinistra Andrea Martella veniva dato avanti, mentre il candidato del centrodestra Simone Venturini ha vinto già al primo turno. Una fotografia smentita dai numeri reali dello scrutinio. E non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi anni i sondaggi hanno spesso mostrato limiti enormi nel comprendere i movimenti profondi dell’elettorato. È accaduto con la crescita della Lega di Matteo Salvini, poi con l’ascesa rapidissima di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, passata nel giro di pochi anni da percentuali marginali alla guida del Paese. In molti casi gli istituti hanno rincorso gli eventi più che anticiparli. Anche negli Stati Uniti il fenomeno è diventato evidente. Donald Trump, già nel 2016, riuscì a smentire gran parte delle previsioni. E pure nelle elezioni successive molti istituti hanno faticato a intercettare il cosiddetto “voto nascosto”, quello di cittadini che non dichiarano apertamente le proprie intenzioni oppure cambiano idea nelle ultime ore. Il problema, probabilmente, è molto più profondo di un semplice errore statistico. La politica di un tempo viveva i territori. I partiti avevano sezioni, militanti, feste popolari, amministratori radicati nelle comunità. Esisteva un rapporto diretto con quartieri, periferie, categorie sociali. Oggi quel mondo è quasi sparito. I partiti sono diventati contenitori elettorali temporanei, spesso costruiti attorno ai leader e alimentati più dai social network che dalla presenza reale nei territori. E così anche i sondaggi si trovano davanti a un elettorato sempre più indecifrabile. Un cittadino che cambia idea rapidamente, che spesso sceglie all’ultimo momento, che si astiene, che vota “contro” più che “a favore”. Un elettorato mobile, nervoso, sfuggente. A pesare è anche l’astensionismo crescente. Quando metà degli aventi diritto non vota oppure decide solo nelle ultime ore, costruire una previsione attendibile diventa molto più complicato. I margini di errore aumentano e basta uno spostamento minimo per trasformare una previsione in un clamoroso flop. Persino gli exit poll, un tempo considerati quasi una sentenza anticipata, oggi non sono completamente affidabili. Sempre più elettori rifiutano di rispondere oppure forniscono indicazioni non sincere. Il risultato è che spesso la realtà emerge soltanto quando si aprono le urne e si contano le schede. Questo non significa che i sondaggi siano inutili. Restano strumenti di analisi, indicatori di tendenza, termometri del clima politico. Ma il problema nasce quando vengono trasformati in verità assolute o addirittura in strumenti di propaganda. Negli ultimi anni, inoltre, si è diffusa la sensazione che parte della politica e dei media utilizzi i sondaggi anche per orientare psicologicamente l’opinione pubblica: creare il “vincitore inevitabile”, spingere il voto utile, condizionare alleanze e candidature. Ma la verità è che il consenso oggi è liquido come non mai. Le vecchie appartenenze ideologiche si sono sgretolate. L’elettore contemporaneo può cambiare orientamento in pochi mesi, a volte in pochi giorni. E spesso decide nel silenzio della cabina elettorale, lontano dai talk show, dai social e dai numeri delle rilevazioni. Alla fine resta una sola certezza: l’unico vero sondaggio è quello delle urne.

Scritto da: Marco Naponiello

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