EBOLI: CHIUDE L’U.S.C.A.-IL RESOCONTO DEL RESPONSABILE DOTT. LAZZARO LENZA
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EBOLI: CHIUDE L’U.S.C.A.-IL RESOCONTO DEL RESPONSABILE DOTT. LAZZARO LENZA

Cucu’, cucù, l’USCA non c’è più.
Fisso questo foglio bianco cercando le parole per descrivere questi 2 anni di lavoro come medico coordinatore delle unità speciali covid di Eboli e Contursi, ma non le trovo. Come si fa a sintetizzare in poche parole 2 anni di emozioni intense e di esperienze irripetibili? Impossible, almeno per me. Mi rifugio nei numeri? Oltre 5000 persone prese in carico, duecentomila tamponi, oltre 1000 ecografie toraciche e migliaia di prelievi e di emogas, e poi e poi ma no così vi annoierei, così non riuscireste ad arrivare fino alla fine di questo post. E allora userò le metafore cinematografiche, ecco sì, ho trovato userò le metafore del cinema. Da Blade Runner: “Ne ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…” “ e tutti quei momenti andranno perduti come lacrime nella pioggia”; oppure da Vi presento Joe Black: “ tu non guardi un uomo che sta andando verso una valle oscura ma uno che ci sta andando al galoppo” da Patch Adams: “analizziamo la logica, tu crei l’uomo, l’uomo sopporta dolori e sofferenze, l’uomo alla fine muore…potevi dedicare quel settimo giorno alla compassione. Sai che ti dico? Non ne vale la pena”.
No, no neppure i migliori film o le migliori citazioni riuscirebbero a spiegare fino in fondo tutto il perpetuo sudore e l’immane sacrificio in un presente distopico che neppure i film cyberpunk hanno potuto immaginare. La musica allora? Ci sono canzoni che sono delle vere e proprie opere d’arte che in due versi descrivono i migliori sentimenti e le peggiori miserie umane. Ecco si le canzoni.
Da Futura di Lucio Dalla: Chissà, chissà domani, su che cose metteremo le mani, se si potrà raccontare ancora le onde del mare…” Bennato: “Un giorno credi di essere giusto e di essere un grande uomo in un altro ti svegli e devi ricominciare da zero”. Venditti: «E quando penso che sia finita, è proprio allora che comincia la salita»
No, bocciato… le canzoni senza musica sono un po’ come dei burattini senza fili, non stanno in piedi.
E che scrivo allora? Allora non mi resta che dire GRAZIE.
Grazie a tutti voi che mi avete dato la forza e il coraggio di battermi in questi due anni contro una forza oscura e che giorno dopo giorno siamo riusciti a conoscere, ad imbrigliare e alla fine a rendere quasi innocua, cercando di farle fare meno danni possibili. Grazie a chi si è affidato a me, a tutti quelli che hanno riposto fiducia in questo povero medico della cascia mutua disarmato e un po’ folle. Grazie ai giovani medici e infermieri che ho incontrato sulla mia strada, Verdiana, Rossana, Carmen, Francesca C e F, Gilda, Claudia, Anna, MGiovanna, Silvia, Roberta, AnnaMaria, Valentino, Angelo, Ida, Stefano, Pierluigi, Francesco, Giuseppe, Giovanni, Vittoria, Pamela, Valentina, Solange, Gennaro, Onofrio, Vincenzo, Vito e ancora e ancora tutti gli altri che non ho citato ma che ho stimato e amato allo stesso modo. Grazie alla CRI, ai suoi volontari, agli autisti che ci hanno scorrazzato in lungo e largo senza paura per tutto l’immenso territorio del ns distretto. Grazie a Giovanna Pantone e a tutto lo staff del mitico laboratorio dell’ospedale di Eboli con il suo grande condottiero Gregorio Goffredi. Grazie a mia moglie, perché bisogna essere proprio speciali per sopportare uno come me. Non posso finire questo post senza ricordare le vittime del covid, le persone, le vite spezzate e le storie familiari, gli amici e i miei assistiti, giovani e anziani. Vi porterò sempre nel cuore e spero che possiate da lassù vegliare sul mio operato indicandomi sempre la strada migliore da percorrere. Io, noi ce l’abbiamo davvero messa tutta, tutta, tutta, tutta, tutta. Non è bastato.
E come devo chiudere adesso? Ho iniziato con i film, le canzoni e adesso come chiudo? Ecco ho trovato chiuderò con le parole di un breve testo scritto da Roberta, una giovane collega che ho avuto il piacere di conoscere. leggetelo tutto e capirete un poco ciò che abbiamo vissuto:
“Mascherina, primo paio di guanti, calzari, tuta, secondo paio di guanti, cappuccio, visiera, terzo paio di guanti e fonendoscopio”.
Questa la sequenza che un medico usca ripete dentro di sé prima di attraversare la soglia di un’abitazione, così irriconoscibili che chi ci accoglie impiega un po’ a capire dove sia il vero pericolo. È così, interamente coperti, col solo taglio degli occhi a ferire il bianco, che entravamo nelle loro case. Con l’unico senso che non era mediato da barriere accedevamo ad una fragilità celata, che contraddistingue tutti, ma di cui nessuno vuol essere consapevole. Uno sguardo, cinque sensi: ascolta coi silenzi, tocca l’abisso volubile nascosto in una pupilla, ha il sapore di umanità e profuma di speranza. Solo con i nostri occhi potevamo accedere a “quello che tu non vedi”. E ‘quello che tu non vedi’ non è soltanto un virus, ma le paure che rimangono dentro, gli occhi incerti di chi teme per un suo familiare, la speranza di avere qualcuno accanto a rassicurarti, la gioia di chi ce l’ha fatta e la tenacia di chi deve affrontare una guerra su un terreno di combattimento che non è più quello domestico.
‘Quello che tu non vedi” è che ci sono medici che oltrepassata quella soglia non si tirano indietro, ma si mettono silenziosamente accanto a combattere, a raccomandare ai colleghi del giorno dopo i pazienti più ‘critici’, a chiedersi quale sia il provvedimento più appropriato.
‘Quello che tu non vedi” è che alla guarigione di un paziente, vi è una squadra che esulta e quando qualcuno sta per perdere la battaglia, ci sono anime che continuano a sperare. Anche se non potevamo sentire gli odori, avere percezione della pelle altrui, sentire, se non ovattati da un fonendo che attutisce le voci, o ancor peggio godere della merenda che qualcuno provava ad offrirci, ogni casa ed ogni persona hanno un suono, un odore, un sapore, un contatto che gli occhi soli hanno saputo catturare.
E ‘quello che tu non vedi’ sono pioggia, vento, sole, se quell’auto potesse parlare, racconterebbe dei km fatti, dei percorsi in macchina con gli autisti, delle corse al laboratorio a portare i tamponi, delle attese del 118, delle chiacchiere vive di chi non poteva avere che noi come finestra sul mondo, della pioggia subita e del vento che non raramente ci trasportava un po’ con sé.
L’usca è stata per me uno spaccato sull’uomo, tramite quegli occhi che sembravano feritoie sul bianco settico di una vita costretta ad una solitudine virale.
Quello che tu vedi sono gli uomini ancor prima che i medici, perché tre paia di guanti, tuta integrale, copriscarpe, mascherina e visiera servono a coprire l’uomo, ma non la sua umanità”.
Firmato: un medico della cascia mutua tornato per sempre solo alla cascia mutua.
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