Scienza

INTERVISTA ALLA RICERCATRICE CILENTANA TRA “WORLD’S TOP 2% SCIENTISTS” ROBERTA TROISI

today20 Dicembre 2025 90

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Di  Anna Ferrentino (AF-F)

 

La professoressa Roberta Troisi dell’Università degli Studi di Salerno rientra una prestigiosa classifica “World’s Top 2% Scientists”, stilata dalla Stanford University in California, in collaborazione con Elsevier. Il criterio di valutazione che viene applicato è dettato dall’impatto della produzione scientifica effettuata da ogni ricercatore. Troisi vanta un curriculum inebriante e motivante, ricoprendo diversi ruoli, tra cui Professore Associato nel Settore Concorsuale, Settore Scientifico Disciplinare SECSP/10, che la porta ad affiancare altri colleghi nel mondo. Una carriera straordinaria, ma abbiamo voluto incontrarla per ascoltare la sua visione della nostra contemporaneità.

 

Roberta Troisi, reduce dal suo ultimo successo che la vede nella lista tra i migliori ricercatori al mondo. Cosa ha fatto come prima cosa dopo aver ricevuto la notizia?

Onestamente, ho controllato attentamente fossi io, perché c’è un omonimo luminare in qualche ramo della medicina che credo sia altrettanto nella top. A seguito, ho alzato un calice e brindato alla mia caparbietà.

 

Cosa l’ha spinta a diventare ricercatrice?

Un’etica dello studio come elemento per affrancarmi che viene dalla mia famiglia. Ricordo letture estive, regali sotto l’albero di Natale dove la scelta era tra saggistica e narrativa. La lettura è un potentissimo stimolo, perché, anche quando non mirata alla ricerca ti dà conoscenza di base. In questo senso è sempre un valore aggiunto.

 

Come è cambiato l’approccio degli studenti verso la “ricerca” negli ultimi anni?

Gli studenti vanno formati attraverso la didattica e, molto spesso, la formazione che raggiunge livelli elevati di qualità è sostenuta da un lavoro di ricerca dei docenti. Insomma, la ricerca è l’istruttoria della didattica innovativa. Non so quanto sia oggetto di percezione; so di certo che trattenere gli studenti nelle aule fisiche contro la tentazione delle università online ha proprio in questo duo potentissimo un ottimo antidoto. Vai in aula e racconti qualcosa a cui hai dedicato tempo e passione. I ragazzi ti seguono con maggiore passione a loro volta. Non credo che esperienze del genere possano essere replicate nelle aule virtuali. Coinvolgere è un lavoro fisico; la cassetta degli attrezzi che ho spiegato va portata quasi fisicamente ai ragazzi. Se piace, lo devi vedere dal vivo; se appassiona, altrettanto. In un’aula virtuale è difficile capire il grado di coinvolgimento e di interesse. In sintesi, la ricerca migliora la didattica ed è questa la strada per evitare la fuga degli studenti verso le università telematiche.

 

La tecnologia digitale ha reso tutto accessibile e migliorato le cose, ma crede che la cultura sia ancora una priorità per gli studenti universitari?

Non escludo che ci possa essere un compromesso tra la cultura, come tradizionalmente intesa, e l’accesso ai mezzi della tecnologia digitale. La cultura, per definizione, deve evolvere se rappresenta la sensibilità e l’orientamento del tempo. Lo sforzo oggi è quello di evitare che la tecnologia digitale, in particolare l’intelligenza artificiale, operi in maniera del tutto sostitutiva al lavoro intellettuale. Credo sia un equilibrio complesso che debba essere comunque tentato. Una funzione copilot ha un senso di efficientamento; una pilot è invece una deriva pericolosissima che impigrisce l’ingegno e riduce in maniera eccessiva la capacità di creare.

 

Viviamo in un’epoca di disintermediazione totale, dove tutti sono raggiungibili sulle piattaforme social e tutti possono interagire “direttamente” con un docente o con chiunque altro. La tecnologia facilita l’operato in ogni campo, ma cosa non è stato trasmesso o compreso per migliorare il rapporto tra cittadino e istituzione?

Una cosa semplicissima, credo. Non esiste un unico utente, ma tanti utenti, non solo con preferenze ma anche con competenze diverse. Il rapporto tra cittadino e istituzione passa per una comunicazione su cosa sia l’istituzione e come essa possa raggiungere ogni cittadino, ognuno per la propria fascia di età, di esperienza e di aspettative. Non esiste una fiducia omogenea nelle istituzioni; esiste una fiducia personale, in ragione di ciò che siamo.

 

 In conclusione, quali consigli darebbe alle giovani donne che desiderano avvicinarsi al mondo accademico e affermarsi al di fuori dei propri confini territoriali?

Nessuna retorica: accettare che molte imprese ed istituzioni, università comprese, siano “gender organization” C’è una cultura, non sta a me dire quanto colpevole, di favore verso gli uomini nelle posizioni di vertice, che si alimenta dei numeri bassi delle donne che non demordono. È per una donna più complicato, comprende tante rinunce, o perlomeno cento equilibrismi con il resto della propria vita. Ma credo anche che c’è quell’elemento distintivo, molto comune a tante donne, che può dare una grande mano: avere chiarezza su se stesse, su ciò che conta e su ciò che si vuole realizzare. Siamo passate per cento veti, credo ci abbiano fortificato. Un messaggio molto condiviso, che sento spesso ripetere tra donne: non la migliore di tutte, ma la migliore me. Se è un obiettivo proprio e non una gara al migliore o un esercizio di competitività aggressiva, allora una donna, ci arriva.

 

 

Scritto da: Martina Farina

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